Emanuela Canepa


La puntata di oggi di “Cinque domande, uno stile” ospita Emanuela Canepa. Romana, vive a Padova dove lavora come bibliotecaria. Al suo esordio con il romanzo “L’animale femmina” (2017, Einaudi stile libero) vince il premio Calvino Opera Prima per approdare in libreria per i tipi Einaudi con un notevolissimo riscontro di critica e pubblico.

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Credo di non poter rispondere a una domanda posta in questi termini perché non parto mai da un’idea. Parto da una storia. E una storia, quando si presenta la prima volta, è un organismo sporco e terroso, una sorta di golem appena estratto dal fango con un’aria molto poco raccomandabile. Dovranno passare mesi, e più spesso anni, prima di riuscire a plasmarla in qualcosa che puoi permetterti di presentare in pubblico. Per cui l’approccio crociano a un’Idea che in qualche modo si presenta a monte, prima della storia, pronta a fecondarla – ammesso che esista – purtroppo non appartiene al raggio delle mie esperienze o alle prassi della mia scrittura. Se invece ti accontenti del golem, allora posso provare a rispondere. Provo una sorta di fastidio, che immagino sia il risultato di una commistione fra entusiasmo e paura. O meglio ancora fra entusiasmo e terrore. Il terrore è figlio di una precisa consapevolezza: sai che novecentonovantanove volte su mille l’impulso che ora mostra qualche sembianza di vita morirà di stenti prima ancora di vedere la luce. E anche se in quell’istante ti sembra bello e sano, passata qualche ora, a volte qualche minuto, ti apparirà per ciò che è: una creatura nata già morta. L’entusiasmo invece dipende dalla coscienza che sta al lato opposto della parabola. C’è una possibilità remotissima che la storia possa prendere vita, gonfiarsi e crescere, sottraendo tempo ed energia alla tua. Ma se vuoi scrivere questa è davvero la cosa migliore che possa accaderti. E quindi non me ne lamenterò.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Sul momento no. Credo di aver scritto sempre frasi di chiusura inconsapevoli, nel senso che spesso aggiungo qualcosa. Qualche riga, a volte addirittura qualche paragrafo. E poi realizzo che sto proseguendo per puro abbrivio, e che la conclusione era già arrivata. Come quando in macchina ti rendi conto, passando oltre uno svincolo, che hai appena superato la tua uscita. Per fortuna, scrivendo, le inversioni a U non costituiscono un pericolo per nessuno. Per cui si rimedia facilmente.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stessa “devo scrivere?”

Mi mette sempre in difficoltà questa domanda perché la consapevolezza del ruolo che volevo assegnare alla scrittura è in netto contrasto con la mia esperienza di vita. Non ho mai sentito l’esigenza di esprimere la cosa in termini di imperativo kantiano. Non ho mai pensato devo, che è pur sempre un approccio che serve a stimolare coraggio e motivazione. La mia prospettiva è sempre stata ontologica. Non devo ma sono. Sono una scrittrice. Poi però, pur essendo all’apparenza così determinata, mi sono presa il mio tempo, visto che sono un’esordiente decisamente tardiva. Ma se mi chiedi come risolvo la contraddizione, davvero, non so cosa risponderti. Se non dicendo: è andata così.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

La domanda mi fa sorridere perché proprio di recente la mia editor mi ha detto: a volte ho l’impressione che la tua scrittura, il tuo stile appunto, vada a discapito della storia. Immagino intendesse dire che la ricerca di un certo effetto stilistico sembra avere il sopravvento sulle necessità della struttura narrativa. E poiché ho grande rispetto per la sua opinione, direi che la risposta alla tua domanda potrebbe essere sì, è proprio così. Può diventare un vincolo. Resta il fatto che, da lettrice, lo stile è quasi l’unica cosa di cui mi importi. Quindi forse è fisiologico che da scrittrice mi attenga alla stessa linea. O che perlomeno ci provi. Poi, se ci riesco, è tutto da vedere.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Esistono gesti che non siano politici? Non credo. Non per la mia esperienza. Dunque certo, inevitabilmente anche la scrittura lo è. Come ogni altra manifestazione espressiva e inequivocabile del nostro modo di stare al mondo. Quanto al potere di incidenza della letteratura sulla realtà, devo essere sincera: non sono ottimista. Credo che sia ancora fondamentale per la qualità della vita di molti. Che sia anche capace di cambiare davvero le cose non sono sicura. Però spero sempre che i fatti mi smentiscano.

 

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