Davide Mosca
Davide Mosca è l’ospite di oggi della rubrica “Cinque domande, uno stile”. Vive tra i libri, nelle le parole e con le parole. Scrive e legge, legge e consiglia. Da poco in libreria con il suo ultimo romanzo “Breve storia amorosa dei vasi comunicanti” (Einaudi stile libero).
Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
In genere le idee mi vengono camminando, a volte in viaggio, a volte nella normale quotidianità. Però non mi metto subito a lavorarci, le lascio per così dire riposare, germinare nell’ombra. A volte aspetto anni prima di trasformarle in romanzi. Alcune, le più numerose, non reggono al trascorrere del tempo, ma quelle che permangono dimostrano se non altro radicamento, almeno nella mia mente. allora e solo allora mi ci dedico.
La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Una volta scritta, per me è conclusa. Non rileggo ciò che ho scritto e ben presto lo dimentico. Mentre si scrive, si scrive anche per sè, e non solo per gli altri, ma una volta terminato un libro, quel libro diventa solo per gli altri, non è più per te. Lo si deve lasciar andare, dimenticarlo… Non ci appartiene più. è una lettera di cui siamo il mittente, ma non il destinatario. Ti dirò di più, un mittente il cui nome sulla busta sbiadisce con il tempo…
C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Più che un’affermazione, per me è una domanda, dolorosa e nient’affatto scontata. Devo scrivere? Me lo chiedo a ogni nuova storia, che può sempre essere l’ultima.
Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Quesito interessante. Lo stile è una forma d’espressione, e quindi di libertà, e come ogni forma d’espressione, o come ogni esercizio di libertà, può diventare un vincolo, perché è facile appiattirsi, non solo sugli altri ma anche su se stessi, si corre il rischio di recitarsi, di ripetersi a memoria…
In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Un libro può incidere sulla singola persona, che a sua volta può incidere sulla società. è la politica della goccia che, forse, scava la roccia. ma non so se questa sia una convinzione o forse una semplice speranza…
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Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

