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Fulvio Abbate

La rubrica “Cinque domande, uno stile” ospita Fulvio Abbate. Scrittore e saggista, esordisce nel 1990 con il romanzo “Zero maggio a Palermo” (1990, Theoria; poi 2017, La nave di Teseo). Tra i suoi numerosi lavori ricordiamo: “Sul conformismo di sinistra” (2005, Gaffi), “Pasolini raccontato a tutti” (2014, Baldini & Castoldi), “La peste nuova” (2020, La nave di Teseo). Il suo ultimo libro è “Lo Stemma” (2023, La nave di Teseo).

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
L’idea iniziale è soltanto una cellula che poi determina il resto del racconto, dello svolgimento, nel mio caso il romanzo deve assomigliare a un plastico che poco per volta si popola d’ogni sua presenza, più da battaglia che ferroviario. Scrivere è un’opera di ingegneria.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
È attraverso l’altro, ossia chi legge che si ha percezione che il senso del racconto corrisponde a ciò che si voleva intendere, mostrare, costruire.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Sì, da subito, intorno a tredici anni, farsi dono di un mondo attraverso la scrittura, un modo assai economico e insieme del tutto opulento di riassumere il mondo.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Lo stile è la voce, ed è bene che non guardi alla letteratura, ma sappia trascenderla, altrimenti non raggiungerà mai nient’altro che il banale ordinario.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Si scrive per mostrare la propria alterità, anche al di là d’ogni intento politico.

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