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Gian Marco Griffi

“Cinque domande, uno stile” ospita Gian Marco Griffi. Esordisce con “Più segreti degli angeli sono i suicidi” (Bookabook, 2017), cui seguono “Inciampi” (2019, Arkadia) e l’ultimo “Ferrovie del Messico” (2022, Laurana Editore).

(foto tratta dal sito la stampa.it)

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

L’ultima volta che un’idea ha preso forma e si è rappresentata nel mio immaginario (e attorno a quell’idea ho costruito il mio romanzo “Ferrovie del Messico”), ho provato quella bellissima sensazione che ti porta ad accendere una sigaretta e a fumarla in stato di trance, pensando alle parole necessarie per raccontare la tua storia. Poi, purtroppo, ho smesso di fumare. Per la prossima idea toccherà buttarsi sulla Nutella. Peraltro servirà molta, moltissima Nutella, giacché la prima idea, l’idea che accende tutto, scatena un effetto domino per il quale nuove idee gemmano di continuo, una dopo l’altra, come in una fioritura. Scrivere “Ferrovie del Messico” è stato come assistere alla fioritura del ciliegio che sta nel cortile della casa dirimpetto alla mia. Le idee, e soprattutto le parole necessarie per scrivere una storia, generano quasi spontaneamente altre idee; certo, non si possono raccogliere le idee così, come le ciliegie, bisogna valutare e scegliere; è tutta una questione di valutazione e scelta; della parola giusta, dell’oggetto giusto, del ritmo giusto, eccetera. Una cosa è certa: quando questa fioritura accade bisogna stare lì a fumare (o a mangiare Nutella) il tempo necessario affinché l’immaginario si assesti, affinché le idee prendano corpo e sostanza e si incastrino. Poi si smette con la Nutella e si attacca a scrivere per davvero, e allora sì che comincia il divertimento.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Nel momento in cui si ha quel genere di consapevolezza, la parola appena scritta (o forse, più che la parola, la frase) è tanto evidente quanto necessaria.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a sé stesso “devo scrivere?”

Non ho mai pensato di “dover scrivere”, e al contempo ho sempre pensato che scrivere mi avrebbe fatto sentire meglio. Ho sempre avuto chiaro in mente che per me, l’unico modo per comprendere anche solo in parte le cose che mi accadevano o accadevano attorno al mio mondo, per comprendere qualcosa dell’essere umano e della sua società, del male del bene, e anche per cercare di assaporare e trattenere le piccole cose, fosse fissare tutto in una storia scritta.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Io non ho davvero scelto il mio stile. Mi sono messo a scrivere per raccontare delle storie, e il modo nel quale mi è venuto spontaneo raccontare la mia prima storia, trentacinque fa, è lo stesso che c’è in “Ferrovie del Messico”. Naturalmente, col tempo, lo stile lo si modella, ci si lavora su, come sul resto. La scelta di un determinato linguaggio deriva da diversi fattori, anche dall’esperienza e dalle circostanze. Per quanto riguarda il vincolo: mi pare che quando si scrive ci si dia sempre, più o meno, dei vincoli formali; fa parte del divertimento. Se invece intendiamo il vincolo come limitazione alla libertà espressiva, linguistica, non ho idea se lo stile possa diventare un vincolo di quel genere; senza dubbio bisogna evitarlo, altrimenti la scrittura ne deriverebbe artificiale e, in definitiva, brutta.

 

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Come si incide sulla società? Il reddito di cittadinanza ha inciso o incide sulla società? Una guerra che coinvolge una potenza nucleare incide sulla società? Una bambina uccisa o lasciata morire incide sulla società? Approfondire la conoscenza dell’essere umano nelle sue meschinità, nelle sue turpitudini, nelle sue inesauribili bruttezze e nella sua infinita bellezza, incide sulla società?
La letteratura non inventa o descrive un mondo che non esiste, anche quando ambienta le sue storie a Gormenghast, su Arrakis o a Santa Brígida de la Ciénaga, ma prende il pianeta Terra con i suoi abitanti e offre un’indagine sulla loro esistenza quaggiù. Questa indagine è necessariamente linguistica, etica, politica. Credo in definitiva che la letteratura possa incidere sulla società: una busta paga migliore incide sicuramente su un essere umano, così come servizi ospedalieri efficienti o un bellissimo parco in mezzo al cemento, ma incidono anche una migliore comprensione di sé stesso e dell’altro da sé, incide la scoperta di una diversa prospettiva su un’emozione o su un sentimento, incide il saper nominare le cose attraverso le parole giuste. Il punto è che poche persone riconoscono un simile potere alla letteratura, ormai da troppi anni siamo condannati a vivere una vita di marketing, e non c’è tempo per coltivare quel genere di frutti che la letteratura sarebbe in grado di offrire.

 

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