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Inventarsi una vita di Magris e Di Paolo

– Claudio Magris e Paolo di Paolo, 2022 – La nave di Teseo – pp. 192 – € 15,00.

 

Claudio Magris, il sigaro e i passi incalzati da Paolo di Paolo in un dialogo che procede sui binari della bellezza. Un incontro sulla scrittura e sullo scrivere, sull’alienazione e sull’immersione della parola fissata su un foglio. Sulle possibili domande e sulle possibili risposte. Una rassegna di memorie e percorsi di scrittura dal fascino immutato e, certamente, immutabile.

«Per la prima volta, almeno dopo molto tempo, ci troviamo dinanzi a generazioni di figli che stanno peggio dei loro padri, al contrario di ciò che avveniva in passato.»

«[…] ci sono delle caratteristiche psicologiche, intellettuali e morali che, pur sempre in dialogo ora armonioso ora polemico con il proprio tempo e ciò che succede intorno, si trovano spiazzate, centrifugate, inutili o spettrali, ma difficilmente possono cambiare radicalmente.»

«Il libro di Umberto Eco che amo di più, scritto con straordinaria anticipazione tanti decenni fa, è Apocalittici e integrati, un tentativo di esorcizzare i due pericoli di deragliamento della mente, di maniacale e angoscioso rifiuto e di insensato e autodistruttivo amen a tutto ciò che avviene, come se ciò che avviene dopo qualche cosa d’altro dovesse essere necessariamente migliore.»

«È cambiato il senso della contemporaneità, di ciò che ci è contemporaneo, perché tendiamo a sentirlo subito come già passato.»

«La furia del dileguare non si arresta e coinvolge anche le grandi formazioni politiche e statali, imperi e civiltà.»

«È questo il senso più profondo della nostra epoca, che si dà forma e la distrugge con una rapidità mai vista, con una velocità vertiginosa.»

«Credo anch’io che si scriva per lottare contro l’oblio, nel desiderio – forse patetico ma appassionato – di fermare, di salvare le cose e soprattutto i volti amati dall’abrasione del tempo, dalla morte. Scrivere è anche un tentativo di costruire un’arca di Noè per salvare tutto ciò che si ama, per salvare – desiderio vano e impossibile, donchisciottesco ma inestirpabile – ogni vita. Desiderio vano e impossibile perché quell’arca è una barchetta fragile e sconquassata e presto affonderà, eppure non si smette di scrivere. Si scrive anche per tante altre ragioni: talvolta per far ordine, talvolta per disfare un ordine precostituito; per difendere qualcuno, per aggredire qualcuno. E per amore, per paura, per protesta, per distrarsi dall’impossibilità di vivere, per esorcizzare un vuoto, per cercare il senso della vita.»

«Philip Roth (sua la battuta “Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita”) mette in scena il padre del suo alter ego Zuckerman mentre si lamenta dei riferimenti riconoscibili: “La gente non legge pensando all’arte: legge pensando alle persone.”»

«Il problema è il dolore che si infligge o si può infliggere così ad altri, anche se è vero che pure tacere, far sparire quegli altri nomi sarebbe un’ingiustizia verso di loro.»

«Scrivere è anche questa violazione, necessaria all’amore stesso e a un vero rapporto con gli altri, ma  potenzialmente portatrice di ferite che vengono inferte, e questo è sempre qualcosa di duro, qualcosa che, nell’atto stesso in cui l’espressione è pure un ponte dell’amore, rivela la reciproca universale lontananza tra gli
uomini.»

«Non è un caso che alcuni fra i grandi rivoluzionari del senso della vita, come Gesù o Buddha, non abbiano scritto. Neanche Socrate ha scritto. Forse perché la parola vera, autentica, assoluta era quella dell’istante in cui veniva proferita, dell’assolutezza e della totalità di quell’istante, esprimeva una totalità di vita ed espressione della vita che la scrittura non può fare a meno di scindere in qualche modo. Ma è una fortuna che questi grandi abbiano trovato altri accanto a loro che hanno trascritto le loro parole e ci permettono da secoli o millenni di leggerle…»

«[…] non ho niente di mio, solo mio; la mia esistenza è fatta per essere spogliata, perquisita, schedata. Quello che scrivo è invece solo mio; non lo mostro a nessuno, non vorrei mai farlo leggere a qualcuno.»

«[…] quanto difficile e ardua sia questa ricerca di autenticità e di vita vera e di quanto pericoloso e falso sia  credere, illudersi di possedere questa autenticità, di vivere questa vita vera, di essere nella verità.»

«La “persuasione” è il possesso presente della propria vita; la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo, senza  sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro. Quasi sempre, nella nostra esistenza, abbiamo troppe ragioni per sperare che essa passi il più rapidamente possibile, che il presente diventi presto futuro, che il domani arrivi quanto prima e così viviamo non per vivere, ma per aver già vissuto, per essere più vicini alla morte.»

«[…] nella nostra educazione sentimentale che dura tutta la vita, con le sue grandezze e le sue miserie, le sue generosità e le sue viltà, talvolta abbiamo l’impressione di ritoccare se non il nostro carattere almeno l’immagine del nostro carattere, aggiustarla, non permettere che certe sue potenzialità (le “qualità” musiliane) essenziali vengano alla luce, perché forse non saremmo in grado di reggerle, di fare i conti con loro e ne saremmo travolti. Distruggeremmo il nostro destino in quanto lo costruiremmo come la casa della parabola evangelica costruita sulla sabbia, su qualcosa di friabile anche se ben mascherato.»

«Un proverbio chassidico […] “L’uomo nasce dalla polvere e alla fine ritorna alla polvere. Ma nell’intervallo può bersi qualche buon bicchierino.”» «è come un fiume pronto a rompere i suoi argini, anche quando quegli argini sono o sembrano nitidi e saldi. La scrittura ci sorpassa sempre.»

«La scrittura rende non solo i libri, le carte, le parole ma anche la vita più varia, più calda, più ricca di cose, di incontri, di movimento.»

«“neverending tour” richiesto come indispensabile per la promozione dei libri. Una via di mezzo fra suonare dal vivo in un locale e vendere un aspirapolvere. […] Una liturgia tutto sommato prevedibile, a formula fissa – scrivania, microfono, bottiglietta d’acqua, saluti dell’istituzione, un giornalista o critico che “modera”, e talvolta un attore che declama un brano…»

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