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La tecnologia è religione di Valerio

– Chiara Valerio, 2023– Einaudi – pp. 128 – € 13,00.

Dove si parla di Quelo e Jeeg Robot, dove si afferma in maniera sotterranea e significativa che il mondo è caratterizzato da una scarsità di Jedi e la forza scorre debole su innumerevoli rivoli, dove si confida nell’avamposto di bellezza e salvezza che dovrebbe e potrebbe essere la scuola, dove si attraversa in maniera lucida e senziente il contemporaneo.
Chiara Valerio si interroga sull’impatto della tecnologia sull’animo umano contemporaneo, sulla valenza che questa assume nel vivere quotidiano, sull’incidenza, sull’invadenza. Considera quanto – forse troppo evidentemente – la tecnologia e i suoi strumenti siano diventati propaggini del nostro corpo, prolungamenti (non in maniera poetica come De Andrè poteva definire le corde della chitarra come estensione delle sue dita). Una lettura affascinante in relazione anche e sopratutto ai continui riferimenti bibliografici citati che chiedono d’essere approfonditi per cercare – o forse sperare – di costruire un quadro più articolato della complessità immanente della tecnologia che ci pervade per non finirne completamente schiacciati e abusati. Consumati, in fondo.

Annotazioni: 

«Gli esseri umani hanno sempre cercato di sfuggire al proprio corpo nel senso che, da sempre, abbiamo cercato di ampliarne le possibilità, di trasferire, traslare, trasfondere, tradurre le nostre intenzioni e i nostri desideri impossibili altrove, liberati dalla gabbia di arti e sensi, da sempre tentiamo di staccare dal corpo quel qualcosa che appartiene e afferisce alla nostra parte supposta immortale.»

«La tecnologia, epoca dopo epoca, ha rappresentato il grande correttivo e amplificatore delle possibilità dei corpi. Potenza, bellezza, forza, resistenza, velocità, eternità in fondo.»

«Ciò che abbiamo capito, o che non abbiamo capito, muta, cambia, si contraddice e talvolta svanisce proprio mentre ci proviamo, dunque l’unico modo che conosco e mi pare ragionevole per stare al mondo è non smettere di tentare, nonostante talvolta sia frustrante. Tentare di dare un ordine a ciò che ci sta intorno e a ciò che abbiamo dentro.»

«Quando leggiamo In principio era il verbo e il verbo era preso Dio, ci crediamo. Crediamo cioè che le parole animino, e questo è l’atto di fede che compiamo ogni giorno, qualunque sia il linguaggio che impariamo e qualunque sia la fede.»

«Da qualche decennio il linguaggio alberga pure presso le macchine, dunque, come abbiamo imparato le preghiere e i riti, è utile che impariamo i codici. Dove c’è linguaggio, c’è vita.»

«il linguaggio con la sua grammatica – forma persistente di rito –, che toglie e dà esistenza, ci ha insegnato che vivere è biologico quanto culturale.»

«La tecnologia ci consente una realtà, una sua rappresentazione, in cui il nostro corpo può essere in un luogo e la sostanza immateriale, attenzione compresa, in un altro. Questa rappresentazione rende possibile, che esista o no, la distanza e la differenza di sostanza tra corpo e anima.»

«Il pensiero della nostra epoca che si riflette nella nostra tecnica è che tutto è presente. Un presente che può essere indefinitamente posticipato e dunque è già futuro. Cosí, d’altronde, il futuro è quasi sempre già accaduto. Il futuro, cioè, è passato.»

«Le macchine, motivo per cui forse ci tranquillizzano, vivono di aggiornamenti, noi, quando siamo fortunati, di invecchiamento.»

«il linguaggio e tutte le nostre rappresentazioni del mondo sono convenzioni, e che queste convenzioni diventano opprimenti, oppressive, spaventose quando ne sottovalutiamo la natura e la funzione di semplificazione e sintesi.»

«Il linguaggio che anima e spegne, che quando illumina anche esclude.»

«Quelo fornisce risposte alle umane tribolazioni (Maestro, perché l’uomo è comparso sulla Terra?, Perché se compariva sull’acqua, affogava. Maestro, qual è il segreto della vita?, Se te lo dico che segreto è)»

«Il sistema guadagna sugli spostamenti, o sui dislivelli, i gradienti.»

«A scuola si impara […] che teoria e prassi non hanno differente natura e, dal punto di vista culturale, il principio che passa è che alla cultura si partecipa. La cultura non è intoccabile, altra e irraggiungibile, la cultura è fatta da chi e con chi vi partecipa. La scienza stessa è cultura, e dobbiamo lavorare perché questa coscienza la abbiano tutti.»

«Wiener per contrastare l’addomesticamento dovuto alla pervasività della tecnologia (per addomesticamento intendo la perdita della capacità di risolvere problemi) bisogna studiare.»

«Cerchiamo sollievi pratici negli oggetti dei quali ci circondiamo.»

«Studiare significa ribellarsi […] Studiare è l’esercizio a pensare e immaginare altre forme, e a non ritenerle definitive. Pensare che le parole abbiano un significato univoco è il sintomo drammatico del nostro non accettare la metamorfosi, dunque la morte.»

«ma sono i sentimenti e i desideri la realtà o il tatto?»

«La relazione tra le cose è la realtà.»

«Il digitale ci ha fornito una abitudine che subito, nella nostra vanità, abbiamo colto. Essere al centro di qualcosa, sempre. L’idea che le cose possano stare intorno a noi, le cose e le persone, vive e morte, che ciascuno di noi costituisca, attraverso un sistema di cookies e preferenze, una bolla, che – come la libertà – comincia e finisce dove finisce e comincia quella degli altri.»

«… [è questa] l’età delle macchine, non solo perché gli uomini di oggidí procedono e vivono forse piú meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e cosí vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della vita. [Giacomo Leopardi]»

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