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Un Laphroaig, e un altro, e poi un altro ancora.



Stava sistemando le sue scartoffie, e nel contempo considerava la particolarità di quella parola. L’aveva appresa in qualche romanzo americano, o gli era rimbalzata alla mente venendo fuori dallo schermo di un televisore? Ecco, non avrebbe saputo dirlo ma di certo nutriva una certa simpatia verso quel termine, così vago.
Scartoffie.
E ne aveva a bizzeffe sul tavolo, sull’amica poltrona che non riusciva più a dargli il solito riposino pomeridiano. Non ricordava neppure da quanto non riuscisse più a ritrovarsi nella posizione fetale che tanto amava assumere, come se nascosto dentro l’ancestrale postura il mondo non avrebbe potuto scalfirlo più di tanto. Gli mancava la serenità che era certo avere avuto qualche tempo addietro, o così almeno credeva.
Eppure aveva scartoffie, e ne aveva a bizzeffe.
E anche sul bizzeffe avrebbe potuto soffermarsi chiedendosi perché quella parola e non altre.
Come a iosa, per esempio.
O in quantità.
No, aveva scelto nella sua mente, senza pensarci su più di un istante. Davanti a sé quel mattino si ritrovava scartoffie a bizzeffe. E quel dire vago, e particolarmente musicale, lo cullava. L’indefinito che scorgeva dietro le parole pronunciate a bassa voce gli lasciava un segno di speranza. Come se tutto ciò che lo riguardasse potesse essere migliore di quello che i suoi occhi vedevano in quel momento.
E ciò che i suoi occhi avevano davanti non era un belvedere.
Niente che si potesse paragonare al culo della signora del quarto piano, non più prodiga di calore e risorse, né all’abbondante decolletè del timida casalinga del secondo, ritornata placidamente sul solco del suo cammino quotidiano. Ormai le storie in casa s’erano concluse. Neppure la donna delle pulizie giungeva più. Non perché non potesse permettersela, ché la santa e devota donna non chiese mai denaro – a parte le prime settimane – ma perché quella stessa santa donna pensò bene di trovarsi un cinquantenne rampante e di buona famiglia, lasciandosi dietro il mestiere, le pulizie, e il correttore di bozze.
Dunque niente più femmine in casa.
Spifferi d’aria erano entrati dagli infissi e avevano in qualche modo portato tutto alla luce.
Le relazioni clandestine avevano smesso d’esser tali.
Adesso, per una donna, per il calore notturno, e per qualche spicciolo bastevole a non renderlo un misero mendicante gli era necessario uscire oltre la soglia di casa.
E questa costrizione lo buttava giù.
La necessità di doversi rituffare per le strade lo infastidiva visceralmente. Era stato un cane randagio, e nell’animo, in fondo, sapeva bene esserlo rimasto, era consapevole che prima o poi ne sarebbe uscito.
Fuori.
Eppure negli ultimi tempi il semplice saluto al vicino di casa di passaggio lo metteva di cattivo umore. S’era perfino rifiutato di riscuotere una manciata di credito verso tesisti e case editrici per evitare il contatto.
Stava sempre più divenendo preda della paranoia.
E in quel disagio pareva provare conforto.
Si crogiolava nel dolore di una condizione differente. Lui era così, che s’adeguassero gli altri, cazzo.
O forse non era proprio così che stavano le cose.
Negli ultimi mesi si vedeva diverso. La considerazione di sé e di ciò che credeva essere era mutata. Si scorgeva peggiore, e in certo qual modo anche l’aspetto esteriore rifletteva quella disposizione d’animo. Non era il cielo di una primavera grigia a renderlo cupo. Talvolta pensava che quel suo vezzo di trascrivere qualsiasi cosa lo affascinasse in un dato momento, e averlo davanti agli occhi sempre, costituisse una sorta di ossessione. In quella piccola camera che era la sua casa, tutto ciò che aveva, e dunque non essendo sua, tutto ciò che non aveva, ecco, quel circondarsi di parole, spesso altrui, parole rubate a chi aveva vissuto quello specifico disagio prima di lui, lo faceva sentire banale. Tanti, molti, troppi, prima della sua venuta su questa terra, prima della avvenuta consapevolezza di ciò che il mondo potesse essere o non essere, avevano stabilito con parole precise cosa lui, anonimo correttore di bozze di un anonima periferia capitolina, avrebbe provato in determinate condizioni. Lo infastidiva, paranoicamente, l’idea che non riuscisse a venir fuori da quel labirinto di parole per dare nuova espressione di sé.
Era il prodotto di vissuti altrui la sua vita, o c’era qualcosa di originale da spendere, scrivere, vivere? Credeva ancora nella stupida idea di essere un uomo irriproducibile, o era uno dei tanti, destinato a far massa. Cerebrale, umana, fisica. E lauto pasto di vermi tra qualche tempo?
E quanto tempo poi?
Chè in fondo l’attesa, quella sensazione d’attesa che viveva, non era altro che attendere la morte?
No, forse ancora no.
Non si credeva giunto a questa condizione estremamente passiva, ma il suo nuovo atteggiamento di rifiuto lo avvicinava tanto all’idea.
E aveva scartoffie davanti a sé, che avrebbe voluto bruciare.
Una sensazione di profonda inquietudine lo stringeva alla gola, fisicamente avvertiva la mancanza d’aria, difficoltà respiratorie che mai aveva avuto. Eppure non fumava da giorni, e non ricordava quanti. Era a corto di denaro come troppo spesso gli accadeva. Era a corto di cicche, di amori, di femmine, di idee.
Si scrollò di dosso quel sentore di morte, avvertì un brivido freddo sulla nuca, come se una mano gelida, invisibile, gli avesse appena sfiorato la pelle, raggelando il sangue.
Si vide morto, senza fiato.
Senza il fiato necessario a spinger fuori dalle labbra le parole che avrebbe voluto dire. E forse per la prima volta considerò il fatto che ne aveva ancora da dire e fare. Sì, perchè credeva che le parole racchiudessero il significato di cose, persone, concetti.
E non il contrario.
Che le cose, le persone, i concetti mantenessero la loro sostanza aldilà delle parole che le denominavano. Sentiva di aver da parlare, e ancora scrivere battendo rumorosamente sulla tastiera della sua fedele olivetti, che aveva bisogno di una passata di grasso e nastri, per poter dargli voce,
Eppure gli mancava il fiato, lo avvertiva distintamente, non credeva di poter sostenere il semplice sforzo della parola.

E si rese conto malinconicamente che non ci sarebbe stato nessuno accanto ad ascoltarla. E forse per questo si sforzò di respirare, ancora, e spalancò le finestre, e come un folle iniziò a cantare, le solite canzoni, le melodie stonate in un improbabile inglese di Tom Waits, imitandone la raucedine.
Aveva lasciato andare il malloppo di fogli per terra, verso il pavimento che giorno dopo giorno assomigliava sempre più ad un campo di battaglia. In fin dei conti, quel pavimento di cui non si scorgeva più l’originale colore, era l’unico elemento capace di raccogliere i residui dell’esistenza solitaria di quell’uomo, che col passare dei giorni diveniva sempre più fantasma.
E di fantasmi si circondava.
C’erano gli occhiali di Pessoa, il quale gli avrebbe di certo detto che stava mentendo a se stesso, che l’ombra dell’uomo che scorgeva allo specchio era altro da sé e non avrebbe dovuto sentire angoscia né tumulto, erano affari altrui.
Non suoi.
Ovunque volgeva lo sguardo quell’uomo fantasma incrociava versi, diversi. E le difficoltà dell’amato Pavese, inconsapevole sostenitore delle sere alcoliche. Finanziatore della risicata spesa che mai riusciva a riempire per più di qualche ora il vecchio frigo. Di Pavese aveva letto molto e trascritto abbastanza, ma non riusciva a trovare consigli nella voce dello scrittore piemontese. Non la sentiva sua, per quel rantolo di vita che ancora lo teneva in piedi. Avrebbe rifuggito il consiglio di Cesare, era troppo vigliacco e codardo per abbracciare la morte, che venisse lei, che facesse questo sforzo e si muovesse il culo.
Lui non avrebbe mosso un passo per andarle incontro.
Quella stanza tappezzata come una cervellotica opera d’avanguardia presentava ai suoi occhi, i rigurgiti di Bukowski. Il vecchio Buk gli avrebbe dato certo un buon consiglio. Bevi e fotti, e fottitene. Linea che aveva spesso cercato di seguire. Ma anche per quel cammino gli era necessario del denaro, un minimo, almeno. E il vecchio Buk un lavoro l’aveva, il suo sportello delle poste, in fin dei conti, finanziava vizi e virtù.
Il correttore non pensava di avere virtù, viveva nel vizio del piacere, del piacersi. E soffocava ogni paura nella scrittura, per quel che poteva. La letteratura era luogo salvo in cui rifugiarsi. Lo aveva creduto. E creduto di poter viverne.
S’era circondato dei frammenti di versi di poeti troppo presto dimenticati, e parole sue, testimoni di memorie che in qualche modo temeva potesse dimenticare. Erano fogli su fogli, frasi su frasi, e citazioni scritte di fretta, di corsa, una sull’altra, difficili da decifrare come l’animo di chi le trascriveva. Frammenti di spirito appesi in giro per la stanza che avrebbero da lì a poco rapito lo sguardo e la mente del maresciallo de Sparti. Ma questo il correttore di bozze non l’avrebbe mai saputo, e se per assurdo avesse avuto la possibilità di conoscere il futuro non si sarebbe certo scandalizzato, né tanto meno impaurito del modo in cui la morte l’avrebbe preso.
Di una cosa era profondamente cosciente, nonostante una certa indolenza che l’avvolgeva. In qualunque istante fosse giunta, la vecchia signora l’avrebbe visto vivo.
Era l’idea che enfaticamente soleva ripetere negli anni del vigore fisico e intellettuale. L’idea che ne aveva fatto ciò che era, nel bene e nel male. Un randagio, un bastardo di paese venuto in città per nascondere la sua solitudine.
Preso da un furore post-sbronza provò a mettere il naso fuori, come un malato terminale di solitudine che d’improvviso avverte l’esistenza del mondo dentro sé e vuole correre per strada urlando che c’è ed è vivo, in qualche modo. E crede sia giusto urlarlo agli altri, ai morti che passeggiano gettando occhi e ardori verso le vetrine addobbate, ai morti che scorrazzano sulle loro scatolette d’avanguardia, ai morti insomma, che non sanno.
Aprì la porta, e guidato dal destino l’occhio cadde su una busta lasciata lì, ad aspettare. Ad aspettare che le sue mani la prendessero, le sue dita smanettassero un po’ prima di riuscire ad aprirla e tirarne fuori il contenuto. E i suoi occhi si posassero freddi, e d’un tratto lucidi, sulle poche parole che erano trascritte su quel telegramma.

Mamma in gravi condizioni. Ritorna se puoi.

Lesse e rilesse, e nella mente la voce della sorella, non poteva immaginare quelle tristi righe scritte dal fratello, dunque la sorella con tono sprezzante le ripeteva, ogni volta con più astio, cariche di rancore.
Lui se n’era andato, lei no, e lì rimasta al paesello ad accudire i vecchi a casa. Quella casa dalla quale s’era dileguato che nemmeno era bambino, senza nulla a spingerlo fuori. Niente che gli intimasse d’andarsene. Lui era uscito, e spesso l’aveva bestemmiato a se stesso, nei momenti in cui le ginocchia si piegavano senza le braccia di qualcuno che leste provassero a tenerlo in piedi come gli accadeva da bambino.
Ogni fuga ha le sue motivazioni, che col tempo puntualmente vengono dimenticate.
Sbronzo, e con neppure cinquanta euri complessivi, risoluto s’indirizzò verso la strada, lasciando aperta la porta del suo triste rifugio, ché qualcuno entrasse, se ne aveva il coraggio, se ne aveva altrettanta solitudine sfacciata da poter sopportare la sua.
E la sua dentro quelle scarpe buffe che s’ostinava a indossare da anni, di corsa per le vie della città, vicino la stazione, in cerca di una stazione, ma quale?
E per dove?
Casa?
Sorrise.

Entrò in un pub, ma non c’era nessuna sceneggiatura noir ad attenderlo, soltanto musica da confusione come definiva tutta quella che non si riusciva ad ascoltare e non ti faceva ascoltare. Poggiò un braccio sul bancone bar, credette di farlo, l’aveva sbattuto con vigore, poco era il controllo che aveva di sé.
Chiese un Laphroaig, e poi un altro, e poi un altro ancora.
Una ragazzina tubava accanto a lui, e sondava le profondità della bocca del ragazzo che le stava avvinghiato. Non era male, in quella fase dell’età in cui le bambine vorrebbero esser già donne, e forse lo sono molto più delle donne fatte e sconfitte. Lei e il suo amorino, e niente attorno, nessun pudore, dunque. Poi d’improvviso uno schiaffo sonoro e ancor più fragoroso il vaffanculo al fidanzatino, che si ritrovò la bocca vuota e fredda di parole e di respiro.
Ferito nell’orgoglio la spinge via e esce furibondo. Lei rimane muta, si passa la mano destra dolcemente sulle labbra come a voler cancellare il sapore, e poi sorride allo sconosciuto, e sorride, e inizia a parlare.
Ha voglia e si capisce.
Dalla luce fulminante degli occhi che trapassano quelli spenti del correttore di bozze ormai vinto dal whisky e senza difese, non chiede nome, razza, età, religione, le trattiene delicatamente le dita, e le sfiora i capelli come estremo gesto di gentilezza, l’ultimo di cui sarebbe capace, al momento.
Escono insieme.
Nel cigolare frenetico della vecchia rete lei geme e gode, lui come una bestia fuori da sé scopa la ragazza come mai nessuna donna prima, e dentro lei scarica con angoscia la solitudine, la frustrazione di ciò che poteva essere e non è stato, la distanza che non s’abbatte, e il tempo che non si piega al nostro volere.
Al sogno ragazzino, alle scarpe spaiate messe in cammino per ritornare, e che adesso spagliate rimangono, mute per la camera ad ascoltare il rantolo distante di due che non sanno chiamarsi per nome.

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