Lettere dalla prigionia di Moro
– Aldo Moro – Einaudi – pp. 400 – € 11,90.
La ferita aperta, ancora aperta di un paese immaturo, che continua ad appoggiarsi alle comode convenienze che marciano compatte alla ricerca di una manciata di voti in più. Rimanendo, prudentemente, lontani dalla verità. E una serie d’interrogativi che, come vermi strisciano all’interno di quella ferita, che rimangono senza risposta certa. Certo e lucido è l’animo di Moro, al di là delle struggenti lettere di carattere personale indirizzate ai famigliari e agli amici, balzano agli occhi le analisi di un partito, la D.C., che rappresenta la gestione del potere. Le feroci lettere a Zaccagnini, allora segretario del partito, le allusioni allo smisurato potere decisionale di Andreotti, allora presidente del consiglio, capace anche di correggere le bozze della missiva del Papa. Un incastro, mortale per Moro, di interessi e disinteressi. La consapevolezza dello statista di essere più ingombrante da “ritornato” invece che da giustiziato. L’idea che un assetto politico di flebile equilibrio sarebbe stato scardinato col ritorno di Moro nella scena politica risultando deflagrante, più di quanto lo stesso rapimento attuato dalle brigate rosse (solamente da loro?). E di conseguenza la sottile e viscida opera di mortificazione delle sue parole, il batter sulle ambiguità della sua posizione di prigioniero plagiato portavoce delle BR. E tutto quell’armamentario di situazioni esterne, dalla rigida ragion di Stato brandita dall’istituzione, alla mite e pavida iniziativa del Papa, alle sedute spiritiche cui parteciparono esponenti di spicco della politica che avrebbero avuto il sopravvento negli anni a venire, sedute di spiritismo(!) partecipate da cristiani che speravano di avere il giusto segno [che in realtà giunse nella parola di Gradoli, che ahimè, i nostri non seppero interpretare alla giusta maniera confondendo l’omonimo paese, con la via della capitale che era stata rifugio dei brigatisti]. Punti oscuri, infiniti punti, che caratterizzano l’assenza di volontà nel ricercare la Verità di questo nostro Paese.
Se la pietà prevale, il Paese non è finito [p.74] … Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa [p.100] … Vogliamo, colleghi democristiani, alzarci un po’ al di sopra di queste cose? Vogliamo occuparci un po’ meno di voti e più di umanità e politica? [p.157]
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Rumori» (2017, Bookabook), «Tremante» (2018, Castelvecchi), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
