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Matteo Cavezzali

Matteo Cavezzali è l’ospite di oggi della rubrica “Cinque domande, uno stile”. Ha esordito con il romanzo “Icarus” (2018, Minimum fax – vincitore del Premio Volponi Opera Prima/Premio Stefano Tassinar, nonchè del premio Comisso). Dirige il festival letterario Scrittura che si svolge a Ravenna di cui è stato fondatore. Il suo secondo romanzo è “Nero d’inferno” (2019, Mondadori).

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

E’ un processo molto graduale, non c’è un momento preciso, ma è una lenta costruzione della storia che potrebbe naufragare ad ogni momento. È tutto molto indefinito, come una nebulosa, che via a via prende forma. Se la forma corrisponde a quella che si aveva in mente si prosegue, altrimenti si butta via tutto e si ricomincia.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Una fine a un certo punto ci deve essere. Non è semplice staccarsi da una storia quando ci lavori da tanti mesi, anni. E avresti sempre voglia di continuare a modificarla. Se un giorno l’editoria digitale permetterà a un autore di continuare a riscrivere I propri testi anche dopo la pubblicazione io lo farò sicuramente.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”

Non sono uno di quelli che fin da piccolo diceva “da grande farò lo scrittore”. Sono sempre stato molto confuso sul cosa fare, anche quando “grande” lo ero diventato. Ho sempre scritto e letto molto, ma non avevo mai pensato che quello potesse essere un impiego a tempo pieno finché non è capitato. Ho fatto lavori molto diversi dal bracciante al barista, al giornalista. Ho lavorato in teatro parecchio tempo. Poi ho capito che la cosa che mi piaceva di più era una: raccontare storie. E quale modo migliore di raccontare storia esiste se non la scrittura?

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Per creare abbiamo bisogno di vincoli. Sono i limiti che ci spingono a usare la creatività e il proprio stile è un ottimo vincolo perché è auto imposto.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

La letteratura è sempre politica. La mia lo è in maniera particolare visto che mi sono occupato narrativamente di tangenti e mafia in Icarus di anarchia in Nero d’inferno. La letteratura dovrebbe farci interrogare sul nostro modo di vivere, e credo sia la cosa più alta che si possa chiedere alla politica.

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