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Mauro Maraschi

“Cinque domande, uno stile” ospita Mauro Maraschi. Traduttore e editor palermitano esordisce con “Rogozov” (2021, Terrarossa).

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Io provo euforia, ogni volta. Il problema è che mi capita spesso: mentre passeggio, aspetto o faccio altro, ecco che arriva un’idea (stimolata da qualcosa che ho appena letto o visto o fatto) e sulle prime mi sembra la migliore di sempre. Comincio subito a elaborare mentalmente un’ipotesi di soggetto, e cerco di pensarci il più possibile, di memorizzarla, di approfondirla. Il tempo di raggiungere un supporto per trascriverla, però, e già tutto mi sembra più vago. Butto giù qualche appunto, l’idea mi sembra ancora buona ma non entusiasmante, e inoltre ripenso alla quantità di tempo che ci vorrà per portarla a compimento, e già questo pensiero la rende meno appetibile. E così il 99,9% delle volte queste idee rimangono appunti su un file, le dimentico e poi le ritrovo anni dopo, quando è troppo tardi (magari certi temi non mi interessano più) e allora le lascio lì, queste idee, a morire eternamente.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Per quanto mi riguarda, di rado l’ultima parola scritta è quella che chiude il racconto. In ogni caso non è facile stabilire quale debba essere l’ultima, ma è necessario essere consapevoli della sua importanza.

 

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
No. È stato tutto molto graduale. Ho cominciato molto presto scrivendo su diari personali, e poi, mi pare a partire dai vent’anni, ho preso a fare esperimenti di narrativa (non prima di aver buttato giù un centinaio di orrende poesie). Con degli amici, ancora giovane, ho anche frequentato un corso di scrittura creativa con Beatrice Monroy, ma l’unico intento era quello di condividere una bella esperienza. E a dire il vero anche andando avanti, nonostante non abbia mai smesso di scrivere e di perfezionarmi e di ragionare sulla scrittura, non credo di aver mai pensato “ecco, è arrivato il momento di fare sul serio”. Adesso ho pubblicato, e ne sono felice, ma se non fosse successo dubito che il mondo ne avrebbe risentito, quantomeno sul piano climatico (ma questo vale per chiunque). È tutto molto naturale, insomma, non c’è un prima e un dopo, e comunque non rimarrà nulla, di nessuno, per cui poco importa.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Sì, nel mio caso è un vincolo enorme, soprattutto se circoscriviamo il discorso a Rogozov, il romanzo che ho appena pubblicato con TerraRossa. Scrivendo racconti ho sperimentato una moltitudine di stili, una cosa che i racconti ti permettono di fare, ma non posso giurare di essere arrivato a un punto d’arrivo per quanto riguarda le opere lunghe. Rogozov è come doveva essere, ma per rispettare le mie stesse scelte autoriali mi sono trovato doppiamente vincolato, perché il narratore-referente doveva avere un registro un po’ frigido e stolido, da referto, mentre Gargano parla soltanto, non leggiamo cose scritte da lui ma soltanto cose dette da lui (secondo il narratore-referente), e quando si parla molte cose si omettono, e uno scrittore non può esprimersi appieno attraverso il parlato di un personaggio, deve farsi da parte. Insomma, a parte il personaggio dell’intellettuale, che però è un po’ un buffone, in Rogozov non c’era uno spazio narrativo che mi permettesse di sfogare un po’ di nozionismo gratuito, un po’ di estro decorativo, un po’ di stile autoriale. Un po’ di bella scrittura, per dirla con un’unica formula, di quella scrittura che aiuta critica e pubblico a sostenere che un libro sia un bel libro.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Temo di essere la persona sbagliata alla quale chiedere questo tipo di cose. Non credo nel potere salvifico della letteratura, né nei confronti della società né del singolo individuo. Certo, ci sono libri di mero intrattenimento e ci sono libri fortemente impegnati, e in mezzo ci sono infinite graduazioni di impegno. Ma a conti fatti sono pochissimi i libri che possono cambiare qualcosa. È giusto e doveroso che ci siano, e che molti autori cerchino di fabbricarli, più o meno a tavolino, più o meno sentitamente. Quello che non mi piace è che in troppi cercano di legittimare il proprio narcisismo con un impegno politico sterile, datato o provinciale. La gente non nota la differenza, spesso nemmeno la critica, ma molti libri impegnati (e più vago di così non potrei essere) sono onanismo ideologizzato. Alle battaglie fasulle preferisco un romanzo autarchico ma sincero, o ancora meglio le Paperolimpiadi di Romano Scarpa o un film con Dwayne Johnson.

 

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