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Vanni Santoni

“Cinque domande, uno stile” ospita lo scrittore Vanni Santoni. Dopo un originale debutto con il testo sperimentale “Personaggi precari” (2006, Rgb – riedito nel 2017, Voland), approda al romanzo “Gli interessi in comune” (2008, Feltrinelli). E’ stato fondatore del progetto di scrittura collettiva SIC (“In territorio nemico” 2013, Minimum fax). Tra le sue produzioni, ricordiamo il romanzo “La stanza profonda” (2017, Laterza) e il saggio “La scrittura non si insegna” (2020, Minimum fax). Di imminente pubblicazione l’ultimo romanzo “La verità su tutto” (2022, Mondadori).

Vanni San

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Quando arriva un’idea che ci pare plausibile per un libro, si prende semplicemente coscienza del fatto che ci aspetta molto lavoro. La singola idea, la singola immagine, può essere, e spesso è, il punto di partenza per qualcosa di più grande, ma la vera ricerca letteraria avviene sempre scrivendo.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Difficilmente un lavoro letterario che davvero sia serio opera per inizi e conclusioni: è molto più simile a una catena o a un flusso, anche se poi formalmente si organizza per singoli romanzi e racconti.
Se invece si parla, più prosaicamente, di come avviene il processo di scelta del possibile finale di un romanzo, in genere per me è qualcosa che si svela abbastanza presto, tra un quarto e metà della stesura, e in modo piuttosto perentorio.


C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Sì, è accaduto nel 2004: ero entrato da poco, più per sfida che altro, in una rivista letteraria, ma dopo alcuni racconti cominciai inaspettatamente a scrivere un romanzo, e con mia sorpresa sgorgò fuori di getto. E avevo già l’idea per il successivo. Lì capii che c’era una specie di chiamata.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Lo stile si evolve di testo in testo, e guai se ciò non accade: si diventa subito la “maniera di se stessi”. Il dovere dell’autore è appunto non sedersi su ciò che già possiede e lasciare che lo stile sgorghi dal proprio lavoro, senza stare a pensarci sopra preventivamente.


In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
La letteratura è il sistema nervoso delle civiltà e il suo impatto è dunque incommensurabile. Si tratta, tuttavia, di un processo lentissimo, che in genere trascende le intenzioni dei singoli autori. Credo che quando si scrive narrativa non si debba avere mai un intento deliberatamente politico (o, peggio, didattico): i grandi libri sono sempre “politici”, ma a posteriori.

 

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