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Sara Bilotti

 

“Cinque domande, uno stile” ospita la scrittrice Sara Bilotti. Esordisce con la raccolta “Nella carne”, (2012, Termidoro Edizioni) cui segue la trilogia di romanzi “Il perdono”, “La colpa”, “L’oltraggio” edita da Einaudi Stile Libero, fino all’ultimo lavoro “I giorni dell’ombra” (2018, Mondadori).

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Una sensazione di urgenza. Nel mio caso, sembra che una voce nella mia testa – o più di una- cominci a raccontarmi una storia, con un tono acuto e, appunto, urgente. A volte fastidioso. Tanto che devo correre a scrivere appunti per liberarmene e per non dimenticare almeno le cose più importanti che mi sta dicendo. Poi mi affeziono, ma questa è un’altra storia.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Sento necessario tutto quello che riguarda la scrittura, perché mi pare che non dipenda solo da me. La storia arriva, molto prepotentemente, e spesso non so neanche quale sarà la sua conclusione. Mi metto in ascolto, scrivo perché non posso fare altro.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stessa “devo scrivere?”
Ho cominciato a nove anni, quindi non me lo sono mai detto. Mi pareva naturale, infatti quando scoprii che i miei compagni di scuola alle elementari non scrivevano storie fu una specie di shock.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Certo, ma credo che anche questo sia necessario, e addirittura giusto. Si può scrivere in tanti modi, persino imitare lo stile di altri autori, ma un’opera autentica si riconosce dalla musica delle parole. Ed è l’unica che secondo me si può definire letteratura.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Credo che la letteratura ci possa regalare l’arma più potente di tutte: l’empatia. Se anche solo per un istante, mentre leggo un libro, mi sento simile a un personaggio totalmente diverso da me, ho già sconfitto il razzismo, per esempio. La letteratura ci aiuta a interpretare il presente, cosa complicatissima, e a scorgere il cuore del mondo, che è lo stesso per tutti.

 

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