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Demetrio Paolin

L’ospite di “Cinque domande, uno stile” è Demetrio Paolin. Scrittore e docente, ha pubblicato opere di saggistica e narrativa e collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui “Il Corriere della sera” e “Il Manifesto”. Ricordiamo i romanzi “Il mio nome è Legione” (2009, Transeuropa), “Conforme alla gloria” (2016, Voland) e “Anatomia di un profeta” (2020, Voland).

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
È una domanda bizzarra, perché è qualcosa a cui non faccio mai caso. Non ho ben chiaro come l’idea per un romanzo, per un saggio, per un racconto – anzi quello lo so, di solito le idee dei racconti mi vengono perché qualcuno mi chiede di scriverne uno, altrimenti non sono autore di racconti – mi arrivino. Ipotizzo che… mi debbo fermare perché forse nell’ipotizzare già sono dentro la narrazione, e quindi questa non è più una risposta, ma una sorta di breve finzione, di un come se, di un facciamo finta che ti dica che di solito sto camminando, facendo la spesa, mangiando un gelato o bevendo una birra, e in quel momento qualcosa si fa spazio nella mia mente: un oggetto (poche volte) – una figura umana (meno) – una parola (quasi sempre) – una frase (MEGLIO) incomincia a ripetersi nella testa: vedo le parole formarsi davanti ai miei occhi, così inizio a chiedermi perché questa frase?, cosa vuole da me?. perché il mio cervello mentre mi bevevo una birra o mangiavo la pizza o giocavo con il gatto ha elaborato una frase che mi tormenta e mi ossessiona? Cosa nasconde quella frase, quale idea? Di solito ho la sensazione, quando scrivo, di non dover uscire dal perimetro tracciato da quella frase: la sensazione è che devo stare lì, che bisogna avere il proprio spazio, tempo, un muro bianco davanti con poche immagini: io ho una icona russa della Madonna, un’altra greca che ritrae San Demetrio, e un Crocifisso in legno, niente altro. Devo essere solo con le parole, ci deve essere silenzio. Non ci deve essere nessuno. Io e il pc. Non scrivo su quaderni, non scrivo romanzi al bar, non ci riesco, invidio chi lo fa, ma io ho bisogno di nessuno intorno. Le parole, la mia cura deve essere per loro, per nessuna altra cosa al mondo per il tempo che dedico a loro. Se debbo definire questo mio atteggiamento con due parole, direi ossessione e sociopatia, ma entrambe ben temperate e nascoste, con un grado di impostura sufficiente da permettermi di stare nel mondo con serenità. Nessuno sa che hai il fucile sotto il letto, ma è così sempre, vai avanti, scrivi, cancelli riscrivi, cancelli, salvi, scrivi, cancelli, riscrivi, cancelli, continui per le volte che ti servono per comprendere che hai finito; quindi inizia il resto della trafila, ma è tutto più prosaico: mandi, qualcuno legge, a qualcuno piace poco, a qualcuno di più, ti pubblicano, vai a fare le presentazioni, applausi critiche, qualche premio e quando arrivi a casa, ti dici: – Tutto questo perché quella volta mentre accarezzavo il gatto ho pensato: “Ora scrivo un romanzo su un bambino che si suicida….”.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Scriviamo storie per mettere la parola fine; è una cosa che può essere fatta solo con il racconto, inizi una storia, la porti avanti per il tempo che ti serve per costruire il mondo, i rapporti, gli affetti, i desideri e i bisogni dei tuoi personaggi e poi, quando tutto è logicamente nel posto che tu hai stabilito debba essere, decidi che è finita, chiusa. Il racconto, il romanzo hanno come termine ultimo la morte, anche quando non viene inscenata, anche quando non viene raccontata: è insito nel raccontare il morire, è insisto nello scrivere un romanzo che infine esso si concluda. Anche dietro il famigerato “vissero felici e contenti” si nascondono lontane e, infine, ben visibili nell’ombra, la vecchiezza e la morte; anche quando leggiamo dei bei pargoli paffuti e sani di Renzo e Lucia intravediamo – dietro tutta la loro bonomia, la loro presunta pacificazione – la fine di tutto.
Il lettore di romanzi (e questo avviene a prescindere dalla qualità del romanzo, anzi è questa una caratteristica di questo non-genere) ha la possibilità di provare su di sé, perché il romanzo è una esperienza di mimesi, tutte le diverse gamme della mortalità: dalla nascita, di cui il lettore, come tutti, ha un ricordo vago e pressoché indotto, alla vita di ogni giorno, nelle sue declinazioni più astruse e impensabili (può svegliarsi scarafaggio, molle donna piena di seme adagiata su di letto, oppure Dio), fino alla morte, che di ogni cosa del mondo che ignoriamo e più desideriamo comprendere.

 

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a sé stesso “devo scrivere?”
Io me lo dico ogni giorno, ma il mio “dovere” non è legato a una vocazione. Mi pare che – in chi lo pronunci – “devo scrivere” sottintenda una frase più complessa del tipo “io sono nato per”, “io non posso fare altro che”, in questo senso “dovere” cela in sé concetti come “destino”, “vocazione”. Il mio “devo” non condivide nulla di questo orizzonte; il mio devo è più un “mi forzo”, un “sono riluttante ma lo faccio ugualmente”, il mio “devo” suona più come un “se proprio devo farlo”: è una forzatura è l’esatto opposto di una vocazione, ovvero è una ostilità: il fare qualcosa che pare non essere per te; io non mi sento portato a scrivere, ma (vedi la risposta alla prima domanda) qualcosa scatta, una frase intelligibile si mostra alla mia mente, e io devo ragionare intorno a quel periodo.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
L’uomo è il risultato di vincoli culturali, sociali, legali, privati etc etc. Perché la scrittura dovrebbe sfuggire a questa legge? La scrittura è un vincolo, il romanzo che è una forma, un fenomeno, della scrittura è un modo “finito” per contenere dentro di sé “l’infinita varietà della realtà”. Una ventina di lettere o poco più, una manciata di regole di ordine della frase, qualche regola sintattica e di grammatica, questo è scrivere. Lo stile di uno scrittore, ovvero i suoi tic linguistici, le sue scelte narratologiche (prima o terza?), le sue scelte ideologiche (trama Vs lingua), le sue scelte di immaginario, fino ad arrivare all’ordine del discorso (ovvero al modo con cui la storia appare infine al lettore) sono il risultato di un vincolo, che permette all’uomo di scrivere, e a sua volta l’elenco rappresenta un vincolo anche per chi legge; rovesciando un luogo comune, la letteratura è intrattenimento ovvero un tenere dentro, un legare con la malia delle parole il lettore alla storia, farlo prigioniero e non rilasciarlo mai più.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Non ho idea di quale ruolo abbia lo scrittore nella società odierna, potrei provare a dire quelle 4 robe che ti insegnano all’università, i cortigiani del rinascimento, Parini, l’illuminismo francese, l’Inghilterra del settecento, il romanticismo, tutta la storia dell’aureola perduta nel fango di Baudelaire etc etc, ma ci sono critici, scrittori e filosofi a cui puoi rivolgere questa domanda con maggiore speranza di ottenere una risposta decente. Per quanto riguarda la mia esistenza, invece, posso dire che la letteratura non ha cambiato molto, non vengo percepito né come un privilegiato né come un disagiato, scrivo libri, li pubblico, alcuni hanno avuto un discreto successo, etc etc, ma a livello di comprensione di ciò che “io sono” non è cambiato nulla, o meglio, ora che ci penso, se avessi fatto il ragioniere o l’ingegnere come volevano i miei forse ora non sarei qua a scrivere le parole che ti sto digitando e quindi forse in qualcosa la scrittura ha inciso; debbo, infine, confessarti che non ho idea se in qualche modo ciò che scrivo abbia prodotto delle decisioni, delle scelte, dei cambiamenti in chi mi ha letto, in chi ha seguito i miei corsi, o nei miei alunni: dovresti chiedere a loro. Per rispondere alla seconda parte della domanda vorrei usare una poesia di Fortini Traducendo Brecht, che io amo particolarmente, e di tanto in tanto mi vado a rileggere (sarebbe bello dire che me la ripeto mentalmente, ma ecco ho pessima memoria). A colpirmi è sempre la chiusa della lirica: “Nulla è sicuro, ma scrivi”. Provo a spiegare perché. La lirica si apre con la descrizione di un temporale, una vera tempesta che si abbatte sulla città, a me pare questa proprio una riminiscenza della montaliana “bufera”, e in questo turbinio in cui “gli oppressi” sono “oppressi e tranquilli” e gli “oppressori tranquilli parlano al telefono”, l’autore, infine, crede “di non sapere di chi sia la colpa”. Lo scrittore, più che mai oggi, è in questo stato di difficoltà, come escluso, lasciato da parte, mentre vede bufere, guerre, distruzioni, oppressi e oppressori scivolargli intorno, di lato, in una confusione e rimescolio che lo lascia senza capacità di giudizio: un disagio, ad esempio, che si è mostrato visibile in questi mesi di guerra, coagulandosi in uno scontro semplificazione Vs complessità, che se uno ci presta un po’ di attenzione, si dovrebbe dire che già porre un problema come un aut aut – o semplificazione o complessità – significa che stai semplificando, anche se la semplificazione non è un male, ma lo diventa quando si tramuta in “semplicismo”, ovvero quando si perde lo sguardo di profondità; ecco il disagio attuale dell’intellettuale potremmo definirlo come la difficoltà di esprimere in questa era “sintaticcamente lineare” un discorso “articolato”. Tornando a Fortini, lo scrittore che giudica, lo scrittore che indica, lo scrittore a cui chiediamo di mostrarci qualcosa di “nuovo”, lascia lo spazio a chi decide di “scrivere il suo nome” tra quello dei “nemici”, che si lascia travolgere dal temporale. Solo così si possono, infine, sentire i versi della chiusa: in questa totale indeterminatezza, in questo momento storico così difficile e incomprensibile, in questa scelta di auto-esclusione e di autoaccusa, dove niente è sicuro, dove niente è simile a ciò che è stato, ecco che compare l’unica cosa che uno scrittore fa: scrivere. Il gesto politico, ridotto all’osso, di uno scrittore è scrivere, è l’opera, lo scrittore non incide in nessun modo nella società se non perché ha scritto un’opera (forse un’inconscia reminiscenza del Livre di Mallarmé?): non conta neppure cosa dica, di cosa tratti, di cosa o di quale ideologia si ammanti, ma il fatto che l’abbia scritta, nonostante tutto, è quello il suo gesto e la sua unica forma di partecipazione.

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