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Francesca Serafini

“Cinque domande, uno stile” ospita Francesca Serafini, scrittrice e sceneggiatrice. Tra i suoi lavori per il cinema ricordiamo “Non essere cattivo” (insieme a Giordano Meacci e Claudio Caligari), splendido e ultimo film del regista interpretato da Luca Marinelli e Alessandro Borghi, “Principe libero” (in collaborazione con Meacci), film incentrato sulla figura di Fabrizio de Andrè. Coautrice del testo biografico “Lui, io, noi” (2018, Einaudi – con Dori Ghezzi e Giordano Meacci). “Tre madri” (2021, La nave di Teseo) è il suo ultimo romanzo.

(foto di Francesco Luongo)

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Euforia. Uno stato di grazia febbrile, come mi fosse dato di assistere a una qualche forma di rivelazione. Qualcosa di molto intimo e emozionante che presto cede il passo al desiderio di condivisione: e insieme però al terrore che tutto possa svanire nel confronto. Un rischio che sono sempre disposta a correre, sia pure confinandolo nel recinto di poche persone fidate. Un po’ per mia natura (“felicità è vera solo se condivisa” scriveva Pasternak); e un po’ perché lavorando da sempre alle storie ho imparato che le buone idee dal confronto escono sempre arricchite. A tutte le altre si può restare comunque grati per quegli attimi di euforia che ci hanno regalato prima di estinguersi o trasformarsi in qualche altra cosa.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Ho un metodo di lavoro consolidato negli anni (anche grazie alle esperienze da sceneggiatrice) che prevede un processo lento di elaborazione delle storie e dei personaggi prima di mettermi al computer e concentrarmi a quel punto in particolare sulla lingua. Quindi quando comincio realmente a scrivere, a digitare sulla tastiera, so già a grandi linee dove il racconto si dovrà arrestare. L’inizio e la fine sono le uniche parti che difficilmente, per come sono fatta, il processo creativo può mettere in discussione. E questo condiziona il ritmo della scrittura in modo tale che quando arrivo a quel punto, anche se staccarsi dalla pagina diventa difficile e vorrei continuare, mi impongo un rigore necessario per rispettare le esigenze della forma: che poi in definitiva per me è anche soprattutto rispetto del lettore, perché per meritare la sua attenzione sento di dovermi imporre la massima concentrazione nella cura della pagina.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a sé stessa “devo scrivere?”

Scrivo da sempre. Da quando ho imparato, molto presto, a usare la parola scritta. La mia famiglia conserva quintali di biglietti e bigliettini con i quali comunicavo i miei stati d’animo (un’abitudine che ho conservato e attualizzato oggi con i messaggi, che tendo a preferire alle telefonate). Presto poi ho scoperto che potevo scrivere non solo quello che provavo e mi accadeva, ma anche quello che avevo solo immaginato: potevo inventare storie e situazioni e farle passare per credibili. E siccome sono stata fin da bambina una grande lettrice, a un certo punto ho capito che quella che per me era un’esigenza e una grande passione in realtà poteva diventare – come lo ha definito Natalia Ginzburg ­– “il mio mestiere”. A quel punto era necessario approfondire le mie conoscenze linguistiche, perché la letteratura – qualunque forma artistica – è prima di ogni altra cosa forma, e io volevo avere piena consapevolezza di tutti i suoi strumenti. Da qui l’incontro con Luca Serianni e la decisione di laurearmi con lui in Storia della lingua italiana.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Un’idea astratta e preconcetta dello stile, sì. Pensare che esista uno stile sempre valido e piegarsi a quello anche quando ne servirebbe un altro. Ma la mia idea è che lo stile e la forma vadano variate, appunto, a seconda della materia raccontata. E questo vale anche all’interno di una stessa opera, che deve prevedere evoluzioni mirate, specie nella sintassi, in base alle temperature emotive delle diverse fasi del racconto.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Per me scrivere è sempre un gesto politico. Credere nella bellezza quando ci sentiamo assediati dalle macerie – il rigore nella forma su cui sono tornata tante volte – è una via di resistenza. Non credo che un’autrice, un autore, debbano avere in mente l’idea di incidere sulla realtà e cambiare il mondo. Ma penso che debbano invece lavorare con la massima cura per incidere sulle loro opere, senza scendere a compromessi con chi pensa di sapere in che modo è giusto scrivere per incontrare il presunto gusto o le presunte esigenze dei lettori. I grandi autori i loro lettori se li se li sono sempre creati aprendo territori nuovi di sperimentazione e di incontro. E quando questo succede, magari, incidere sulla società avviene da sé, senza alcuna premeditazione.

 

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