Giorgio Scianna


 

L’ospite di oggi della rubrica “Cinque domande, uno stile” è lo scrittore Giorgio Scianna. Attivo dalla fine degli anni novanta con il racconto pubblicato nella raccolta “Anticorpi” (1997, Einaudi). Esordisce come romanziere pubblicando “Fai di te la notte” (Einaudi – vincitore del premio Comisso), in seguito, tra gli altri, pubblica “Diciotto secondi prima dell’alba” (2010, Einaudi), “La regola dei pesci” (2017, Einaudi) fino a giungere all’ultimo romanzo sempre per Einaudi “Le api non vedono il rosso” (2021).

 

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Sono uno scrittore che crede che le storie stiano al centro di tutto, quindi per me l’idea che si affaccia alla testa non è mai un tema astratto ma è sempre qualcosa legato a un’intuizione di plot. All’inizio l’entusiasmo si alterna al dubbio, poi le incertezze scompaiono e subentra una grande energia per partire con il lavoro artigianale.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria? 
É una consapevolezza che cresce poco a poco. Un percorso, un viaggio, in un certo senso una conquista graduale. La necessità accompagna tutta la fase di scrittura se il libro funziona, la conclusione è solo il traguardo. Spesso poi quel traguardo si sposta e il finale viene scritto e riscritto.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Da sempre, da quando ho memoria, ho sentito me stesso vicino alle storie, ho sentito che quello che mi interessava, quello che mi serviva per esplorare e per capire il mondo c’entrava con le storie. Più in là, negli anni dell’università, ho compreso che il mio modo principale di vivere le storie era scrivere romanzi.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Lo stile nasce con il romanzo, è la forza per cui quella storia e quei personaggi prendono vita proprio in quella forma. In questo senso non può essere un vincolo, almeno per me. Lo stile per lo stile non mi interessa. Tutto deve essere in funzione della storia, la scelta deve essere quella giusta per quelle vicende, per quei personaggi, per esprimere quella situazione. La lotta è trovare lo stile necessario per la storia.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Scrivere per me è un gesto politico perché è la creazione di un mondo con personaggi inventati, vicende inventate, persino regole create liberamente. Eppure tutto quell’artificio col mondo reale si può parlare e forse può essere una chiave di lettura di quello che ci circonda. Perché il romanzo, più di un saggio, ti porta a metterti in gioco indossando i panni dei personaggi, innamorandoti di loro o anche facendoci a cazzotti.

 

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