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I quindicimila passi di Trevisan

– Vitaliano Trevisan, 2002 – Einaudi – pp. 155 – € 12,00.


Ci sono scaglie di luce che si conficcano nel profondo e illuminano le parti più oscure di noi. Ci sono ossessioni poi e azioni ripetute, disturbanti, così come le pagine di questo libro, custode di un dolore a posteriori di rara bellezza. Parole che si susseguono in un flusso di passi e pensieri ininterrotto, parole spiazzanti, illuminanti e rivelatrici. Nulla è come appare e niente è come vogliamo che sia, solo il nulla ci conforta. 

«Mentre quando si muore si scompare immediatamente, quando si scompare invece, anche se si muore, non si muore immediatamente.»

«Se i morti tornassero sarebbe davvero un problema perché non troverebbero spazio, fuori o dentro di noi, pensavo; né fuori né dentro di noi esiste più vuoto, non c’è più spazio nella nostra affollatissima prospettiva.»

«… l’idea del suicidio è sempre stata con me, come si suol dire sempre un passo dietro di me. E insieme all’idea del suicidio anche l’idea di scomparire è sempre stata un passo dietro di me, se non addirittura di fianco a me. Molte volte sono stato – anche questo si dice – a un passo dall’andarmene lasciando tutto dietro le mie spalle.»

«… niente mi trattiene, niente e nessuno. E se niente e nessuno mi trattiene, e anzi tutto e tutti mi respingono, per quale ragione dovrei mai restare? Perché?, mi chiedevo, perché restare?, perché resistere?»

«Non vi è un solo istante in cui un essere vivente non sia divorato da un altro. Al di sopra di queste numerose razze animali è posto l’uomo, la cui mano distruttrice non risparmia alcun essere vivente; egli uccide per nutrirsi, uccide per vestirsi, uccide per ornarsi, uccide per attaccare, uccide per difendersi, uccide per istruirsi, uccide per uccidere: re superbo e terribile, ha bisogno di tutto, e nulla gli resiste… Joseph de Maistre, Les soirées de Saint-Pétersbourg.» (dalle note)

«L’asfalto è pieno di sangue, penso, l’asfalto è un materiale contro natura, anzi contro la natura. Dovunque ci troviamo, pensavo, siamo circondati da un reticolo di strade asfaltate che portano in ogni dove. Strade che continuano ad allungarsi, passando sopra o sotto altre strade, boschi, valli e paesi e città, corsi d’acqua, sopra il mare, sotto il mare addirittura; strade che si allargano, da una a due corsie, poi tre, quattro con quella di emergenza, otto in tutto, tra un senso e l’altro. Un groviglio inestricabile di strade che portano dappertutto.»

«La morte è presente sempre e dappertutto, diceva sfogliando il Bacon, in ogni cosa, in ogni essere vivente, in ogni situazione, in ogni opera d’arte degna di questo nome incombe la presenza della morte. »

«Tutti in realtà non avrebbero bisogno che di se stessi. Per essere felici, penso, non abbiamo bisogno che di noi stessi, questa compagnia dovrebbe bastarci. Eppure non siamo affatto felici, malgrado, a ben guardare, non ci manchi niente per essere felici. Della nostra compagnia non ci accontentiamo, non mi accontento, dobbiamo uscire fuori a cercare.»

«… questa cosiddetta collettività, questo cosiddetto paese italiano che pure è cosí diverso dal Nord al Sud, pur rimanendo in un certo senso uguale, dal Sud al Nord, senza dimenticarsi delle isole, ma che è in verità un piccolo paese, il vero buco di provincia del mondo di cui la nostra intera provincia non è che il buco del buco – o il buco nel buco –, questo cosiddetto popolo, dicevo, se l’è meritata. Non ci sono scuse né giustificazioni: se l’è proprio meritata. Ognuno, questo devo ammetterlo, era libero di scegliere, e ha scelto voi e non altri.»

«Ci abituiamo a qualsiasi cosa, perché siamo piú malleabili e deformabili di quanto siamo disposti ad ammettere. C’è qualcosa che non riusciamo a tollerare?, mi chiedo, e mi rispondo che no, non c’è niente che non possiamo tollerare. C’è qualche cosa alla quale non ci possiamo abituare?, no, non c’è niente a cui non ci possiamo abituare. Ci abituiamo a tutto o quasi tutto. Tutto ciò che vediamo, mi dico camminando, vuol dire che possiamo vederlo. Tutto ciò che sentiamo possiamo sentirlo e quello che facciamo è ben evidente che possiamo farlo. Tutto ciò che ci beviamo ogni giorno dai giornali, dalla radio, dalla televisione, tutte le notizie che ci pappiamo come omogeneizzati, ogni giorno per piú volte al giorno, vuol dire che possiamo digerirle. Ciò che ogni giorno appare scritto sui nostri giornali è disgustoso, non potendo essere altro che disgustoso. Ciò che tutti i momenti viene detto alla radio – detto e mostrato alla televisione – è orribile e demoralizzante e deprimente, spesso al massimo grado di orrore, smonamento e depressione. Il mondo è sull’orlo della catastrofe, mi dico camminando; e un momento dopo mi dico che no, il mondo non è sull’orlo della catastrofe, ma trasmette in diretta la sua catastrofe, che è già in atto ed è esattamente catastrofica. In tutto il mondo, pensavo, a ogni momento succede qualcosa di terribile, di orribile in modo inconcepibile, in modo che supera sempre anche la mia immaginazione, cosa di cui, devo dire, mi ritengo affatto dotato. La realtà supera la fantasia, si dice, ma è la nostra fantasia che è limitata, tanto da non permetterci un’accettabile astrazione matematica della realtà. Una realtà virtuale, mi dico mentre cammino, è pur sempre un abbozzo ridicolo, in confronto alla realtà; e ciò è dovuto, penso, alla limitatezza dei nostri cervelli, alla incapacità congenita di fare i conti con la realtà che in fondo altro non è che un concetto, un’astrazione di cui abbiamo bisogno e in nome della quale scappano dette le sciocchezze più abissali.»

«Niente ci riguarda meno di ciò che riguarda tutti, specialmente in questo paese retorico al massimo grado e inconcludente al massimo grado. Una nazione che si crede grande, mentre è piccola, in tutte le accezioni possibili della parola. Uno sputo sul mappamondo, queste esatte parole ho pensato stamattina riguardo al mio paese, una ridicola commedia dell’arte all’italiana…»

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