1 romanzo in 10 righe

La grande foresta di Faulkner

La Grande foresta – William Faulkner, 2013 – Adelphi – pp. 201 – € 18,00.

Si avverte l’ansimare della foresta tra le pagine di questo libro, il fruscio degli alberi, la paura delle prede, l’avidità dei predatori. L’incedere degli esseri umani, la sacralità violata della vita, la sacralità offesa dal crimine. Nella “La grande foresta” vengono legati dal solido filo del talento americano alcuni racconti ambientati nel fitto sovrapporsi di vite, anime e destini, a ridosso della contea immaginata da Faulkner, nella quale si dipanano le vicende di miseria e virilità dei suoi personaggi. In ogni contesto, a confronto con un destino beffardo. Nel racconto dell’Orso si delinea l’ancestrale battaglia dell’uomo contro la natura, venerata, considerata per alcuni aspetti impenetrabile, eppure attraversata, nello stupido intento, per la razza umana, di prenderne il controllo, averne il sopravvento. Per poi finirne, ineluttabilmente, schiacciati.
C’è bellezza nelle vite narrate da Faulkner, ancestrale bellezza.
«Sono stato troppo occupato per tutta la mia vita a cercare di non sprecarne nemmeno un po’, di vita, per avere il tempo di morire […] Forse, ripetè, la più bella parola della nostra lingua, la più bella di tutte. Ecco quello che ci fa tirare avanti: Forse. I migliori giorni della nostra vita non sono quelli dei “Sì” detti in anticipo: sono quelli in cui non si può dire altro che “Forse” […] Pensa a tutto quello che è successo qui, su questa terra. Tutto il sangue caldo e forte per la vita, per il piacere, che ci è stato riversato dentro. Certo, anche per la pena e la sofferenza, ma pur sempre traendone qualcosa in cambio, traendone fuori molto, perché dopo tutto non è necessario continuare a sopportare quello che si crede sia la sofferenza: si può sempre scegliere di smettere, di darci un taglio. E perfino la pena e la sofferenza sono meglio di niente; c’è una sola cosa peggiore del non essere vivi, ed è la vergogna. Ma non si può essere vivi in eterno, e la vita si consuma sempre molto prima di avere esaurito la possibilità di viverla. E tutto questo deve essere da qualche parte, tutto questo non può essere stato inventato e creato per essere gettato via.»

 

 

 

 

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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