Skip to content

La Neve dell’ammiraglio di Mutis

– Alvaro Mutis, 1997 – Einaudi – pp. 161 – € 7,50.

 

Segui le navi. Segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita persino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.

La Neve dell’ammiraglio è un romanzo scritto da Alvaro Mutis, uno dei più significativi autori sudamericani del secolo scorso. Pubblicato nel 1986, è il primo volume della trilogia incentrata sulla figura di Maqroll il Gabbiere, un vagabondo avventuroso e filosofo. Il romanzo è ambientato in uno scenario esotico e misterioso, un mondo sconosciuto e inesplorato che, sebbene sia fisicamente definito, lancia lo sguardo oltre lo scorrere del fiume e il sovrapporsi delle selve.
La vicenda segue Maqroll, navigatore errante, durante la sua risalita lungo il fiume alla fine della quale l’attende un affare vantaggioso: l’acquisto di legname in un luogo non ben definito che si dimostrerà essere stato opzionato dal malaffare del governo con la protezione dell’esercito. Ma non è l’impresa economica il fulcro della vicenda, una vicenda che non ha fulcro reale se non le parole di cui s’impregnano i personaggi della storia. Così rilevanti e in rilievo vengono fuori dalla pagina e si siedono accanto al lettore. Possiamo ascoltarne la voce, scorgerne l’inflessione, cantilenante, dolorosa, disperata. Il meccanico, il pilota, il maggiore, Flor Estévez e i suoi prolungati silenzi, il Capitano e il tintinnare della bottiglia. Tutti s’intersecano in una complessa armonia mentre le considerazioni malinconiche di Maqroll tessono il tutto, ricucendo le ferite e aprendone altre.

Mi incuriosisce oltremodo la maniera in cui si ripetono nella mia vita queste cadute, queste decisioni sbagliate sin dall’inizio, questi vicoli senza uscita la cui somma darebbe la storia della mia esistenza. Un’ardente vocazione di felicità costantemente tradita, quotidianamente smarrita e che si risolve sempre nella necessità di miseri insuccessi, tutti completamente estranei a ciò che, nel più profondo e vero del mio essere, ho sempre saputo che dovesse compiersi se non fosse per questa mia inclinazione a una continua sconfitta.

Mi dà l’impressione che sia un uomo estremamente duro, cerebrale e freddo, e con un disprezzo assoluto per i suoi simili, disprezzo che dissimula con un comportamento formale la cui falsità è lui stesso il primo a rivelare.

In questo clima restano attivi soltanto i più elementari e sordidi appetiti e si fanno strada nel mare d’imbecillità che ci sta invadendo senza rimedio.

Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un’altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È li, continua ad essere li: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell’altra possibile via d’uscita, e cosi si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell’altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano.

Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me.

Ogni giorno siamo un altro, ma ci dimentichiamo sempre che la stessa cosa accade ai nostri simili. In questo, forse, consiste ciò che gli uomini chiamano solitudine.

Ogni giorno siamo un altro, ma ci dimentichiamo sempre che la stessa cosa accade ai nostri simili. In questo, forse, consiste ciò che gli uomini chiamano solitudine.

Sono sogni che preludono alla felicità e dai quali si libera una particolare energia, quasi come un’anticipazione della gioia, effimera, è chiaro, e che immediatamente si trasforma nell’inevitabile clima di sconfitta che mi è familiare. Ma è sufficiente quella folata che si materializza appena e che mi porta a prevedere giorni migliori, per sostenermi nel caotico precipizio di progetti e disastrate avventure che è la mia vita.

[…] astio nel vedere approssimarsi ancora un episodio della stessa, ripetuta e stupida storia. La storia di quelli che cercano di superare in velocità la vita, di quelli svelti, quelli che credono di sapere tutto e muoiono con la sorpresa stampata sul volto: nell’ultimo istante li raggiunge sempre la certezza che quanto è loro accaduto sia, precisamente, il non aver compreso nulla, il non aver avuto nulla tra le mani. Storia vecchia; vecchia e noiosa.

è proprio il pericolo che mi fa tornare alla routine quotidiana del passato e il riattivare i meccanismi di difesa, l’attenzione necessaria per affrontare le difficoltà facili da prevedere, sono altrettanti stimoli ad uscire dall’apatia, dal limbo impersonale e paralizzante in cui mi ero adagiato con allarmante rassegnazione.

Ci sono cose che ci giungono troppo presto e altre troppo tardi, ma questo lo sappiamo quando ormai non c’è rimedio, quando ormai abbiamo scommesso contro noi stessi.

Penso […] alla mia abituale abulia nel continuare ad andare avanti in queste imprese e, all’improvviso, mi rendo conto che già da molto tempo ho perso ogni interesse in tutto questo. Pensarci mi causa un fastidio misto alla paralizzante colpevolezza di chi si sa ormai ai margini del proprio errare e sta solo cercando il modo di liberarsi da un impegno che avvelena ogni minuto della sua vita. E’ uno stato d’animo che mi è tanto familiare. Conosco molto bene le vie d’uscita per le quali sono solito fuggire dall’ansia e dal fastidio di essere in errore, che mi impediscono di sfruttare ciò che la vita continua ad offrire ogni giorno come precaria ricompensa alla mia ostinazione nel continuare a stare al suo fianco.

E’ come se avessi scoperto, all’improvviso, che stavo giocando una partita che non era la mia. Non è bene quando si vive parte della vita recitando un ruolo che non è il nostro, e peggio ancora è scoprirlo quando ormai non si hanno le forze per recuperare il passato né per riscattare il perduto.

Aveva il pudore dei vinti.

Per ora, il sollievo che mi procura scrivere queste righe è, sicuramente, un modo di sfuggire a questo scivolare verso il nulla che mi sta vincendo e che, disgraziatamente, mi risulta più familiare di quanto io stesso immagini quando lo evoco come qualcosa di trascorso senza lasciare traccia apparente.

Era di poche parole, l’uomo. Sorrideva spesso, ma non a causa di quello che ascoltava attorno a lui, piuttosto fra sé

– Accordarsi per una felicità simile a quella di certi giorni dell’infanzia in cambio di una accettata brevità della vita.
– Prolungare la solitudine senza timore dell’incontro con ciò che realmente siamo, con colui che dialoga con noi e sempre si nasconde per non sprofondarci in un terrore senza uscita.
– Sapere che nessuno ascolta nessuno. Nessuno sa nulla di nessuno. Che la parola, ormai, in sé, è un inganno, una trappola che nasconde, maschera e occulta il precario edificio dei nostri sogni e delle nostre verità, tutti marcati dal segno dell’incomunicabile.
– Apprendere, soprattutto, a non fidarsi della memoria. Ciò che crediamo di ricordare è completamente estraneo e diverso da quanto in verità è accaduto. Quanti momenti di un irritante e penoso astio ci riconsegna la memoria, anni dopo, come episodi di una splendida felicità. La nostalgia è la menzogna grazie alla quale ci avviciniamo più velocemente alla morte. Vivere senza ricordare è, forse, il segreto degli dèi.
– Quando racconto del mio errare, delle mie cadute, dei miei fatui deliri e delle mie orge segrete, lo faccio unicamente per trattenere, ormai quasi nel vento, due o tre grida bestiali, lacerati grugniti di caverna con i quali potrei più efficacemente dire ciò che davvero sento e ciò che sono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.