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Marco Magini

Lo scrittore Marco Magini è l’ospite di “Cinque domande, uno stile”. Autore di “Come fossi solo” (2014, Giunti – candidato al premio Strega 2014) e “Gli ospiti” (2022, Solferino).

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
I miei due romanzi provengono da due luoghi molto diversi. Il primo è nato da una storia sentita per caso. Scrissi quel testo per rispondere a un bisogno: non avrei immaginato che sarebbe diventato nient’altro che uno sfogo. Il mio secondo romanzo è nato da un’esperienza di vita: dalla voglia di raccontare un luogo e un momento storico scomparso. Scriverlo è stato però un’esperienza molto diversa, meno spontanea e più ragionata. Solo a metà del manoscritto ho tirato un sospiro di sollievo quando mi sono reso conto che quella poteva davvero essere una storia che valeva la pena raccontare.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Per me è sempre stata un’evidenza. Soffro molto mentre scrivo: mi sento inadeguato, incapace di avvicinarmi alla forma alla quale aspiro. Allo stesso tempo continuo a farlo perché lo trovo il mezzo migliore per esprimermi.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Ho sempre amato leggere, sono senza dubbio più capace come “lettore” che come “scrittore”. Uscito dall’università, nel momento che ho provato il massimo scollamento tra le mie aspettative e il mio quotidiano, ho trovato nella scrittura un rifugio, uno spazio di libertà.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Il mio primo romanzo è nato come un esperimento (“sarò capace di scrivere un libro?”) trasformatosi ben presto in un fiume spontaneo di parole, guidate dal bisogno di raccontare una storia piuttosto che da una ricerca formale. Il mio secondo romanzo ha vissuto un percorso diverso rispetto alla lingua, più consapevole e per questo più faticoso. In molti momenti della stesura ho sofferto la perdita dell’incoscienza che aveva contraddistinto la scrittura della mia prima opera.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Temo che stia avvenendo uno scollamento sempre più evidente tra la società e la letteratura, soprattutto in Italia. Non so se questo sia un bene o un male, credo che ci siano ottimi che non hanno nessuna ambizione civile e pessimi libri che sono riusciti ad avere impatti imprevedibili. Io vedo la letteratura come un mezzo politico, ma riconosco che ci sono altre forme d’arte più efficaci in questo momento storico, come ad esempio le serie televisive.

 

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