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Rosario Palazzolo

“Cinque domande, uno stile” ospita Rosario Palazzolo. Scrittore, regista e attore. Autore di numerosi testi teatrali che ha portato in scena in giro per l’Italia. Le ultima fatiche narrative sono i romanzi “La vita schifa” (Arkadia, 2020) e “Con tutto il mio cuore rimasto” (Arkadia, 2021).

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
È un’epifania, ma priva di estetica. Un atto rivoluzionario, senza spargimenti di sangue. Una liberazione da nessun carceriere. E ci si sente imbattibili, in tempo di pace.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Direi che è evidente, quindi necessaria. Oppure non lo so, e so solo ciò che capita a me.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a sé stesso “devo scrivere?”
Avrò avuto diciotto anni, ero in macchina, guidavo, ascoltavo la radio, un idiota intervistato da chissà chi diceva Ma come è bello scrivere storie, inventare qualcosa che prima non c’era, costruire un mondo ideale, un mondo in cui anche ciò che di solito non accade nel mondo può accadere. Io gli ho creduto.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Certamente. Direi che deve.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
È un gesto senz’altro politico, la scrittura, specie nei confronti della propria vita, e su quella incide, nella migliore delle ipotesi. Il resto è un’invenzione di chi ha finito le invenzioni.

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