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Viaggio al termine della notte

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«La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni d’anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra. […] D’altronde, bisogna pure che succeda prima o poi, che ti classificano […] Nel grande abbandono molle che circonda la città, là dove la menzogna del suo lusso viene a trasudare e finire in marciume, la città mostra a chi vuol vedere il suo gran deretano nella classe dei rifiuti […] Tutta la gioventù è andata a morire nel silenzio della verità […] La verità è un’agonia che non finisce mai […] Una forte vita interiore basta a se stessa e farebbe sciogliere vent’anni di banchisa […] Filosofeggiare non è stato che un altro modo di aver paura e porta solo a sterili fantasie […] Sapevo che il culo è la piccola miniera d’oro del povero […] Contro l’infamia di esser povero, bisogna, confessiamolo, è un dovere, provarle tutte, ubriacarsi di qualsiasi cosa, di vino, di quello non caro, di masturbazione, di cinema. […] è questo l’esilio, l’estraneo, questa inesorabile osservazione dell’esistenza com’è davvero quelle poche ore lucide, eccezionali nella trama del tempo umano, in cui le abitudini del paese precedente vi abbandonano, senza che le altre, le nuove, vi abbiano ancora rincoglionito a sufficienza […] L’esistenza è una cosa che vi torce e vi rovina la faccia […] Man mano che resti in un posto, le cose e le persone si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare appositamente per te […] La vera festa la fa sempre il commercio, ma in profondità e in segreto, è la sera che gode il commercio, quando tutti gli incoscienti, i clienti, queste bestie da profitto se ne sono andati, quando il silenzio è tornato sulla spianata e l’ultimo cane ha schizzato l’ultima goccia d’urina contro il bigliardo giapponese. Allora possono cominciare i conti, è il momento in cui il commercio censisce le proprie forze e le proprie vittime, con i soldi […] La miseria perseguita implacabilmente e minuziosamente l’altruismo e le iniziative più gentili sono impietosamente castigate […] La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte […] Non posso fare a meno di dubitare che esistano altre autentiche realizzazioni del nostro io più profondo che non siano la guerra e la malattia […] Non mi sarebbe più capitato a me di dormire profondamente. Avevo perso come l’abitudine di quell’abbandono, quello che bisogna proprio avere, davvero incommensurabile per addormentarsi completamente in mezzo agli uomini. […] di parole ce ne sono che si nascondono in mezzo ad altre, come sassi. Non si riconoscono a prima vista e poi eccole lì che però ti fanno tremare tutta la vita che hai, tutta intera, e nel suo debole e nel suo forte. Allora è il panico, una valanga, resti lì, impiccato, come sopra le emozioni.»
[L.F. Cèline]

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