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Adrián N. Bravi

[foto concessa dall’autore]

 

“Cinque domande, uno stile” continua il viaggio tra gli autori entrati a far parte della dozzina del Premio Strega 2024. In questo appuntamento è la volta dello scrittore di origini argentine Adrián N. Bravi. Bibliotecario presso l’università di Macerata, inizia a scrivere in italiano nei primi anni del duemila. L’esordio giunge con Restituiscimi il cappotto (2004, Fernandel), cui seguono La pelusa (2007), Sud 1982 (2008), Il riporto (2011), [tutti editi da nottetempo] fino a L’albero e la vacca (nottetempo – Feltrinelli, 2013) [vincitore del Premio Bergamo 2014]. Nel 2015 è la volta de L’ inondazione (sempre per nottetempo). Più recentemente ha pubblicato per Nutrimenti Verde Eldorado (2022) e Adelaida (2024), con questo testo è entrato nella dozzina finalista del Premio Strega 2024.

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Ogni libro nasce da un’esigenza diversa. In un libro che ho pubblicato nel 2015, per esempio, L’inondazione, sono partito da un’immagine intorno alla quale ho costruito tutto il romanzo: un anziano che attraversa in barca le strade del suo paese completamente inondato. Sotto l’acqua è rimasto intrappolato il passato e sulla superficie il presente che percorre vogando. Anche in altri libri il meccanismo è simile. Tuttavia, senza una voce che possa rappresentare quell’immagine o quell’idea, il testo non ci sarebbe. Nel senso che ogni storia cerca la sua voce, il suo timbro specifico. Nell’ultimo libro, Adelaida, sono partito dai ricordi che avevo di lei, l’artista Adelaida Gigli. Ma per potere dare forma a quei ricordi ci voleva una voce specifica ed è questa ricerca il punto chiave che tiene unito il tutto.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Riguardo la parola appena scritta per me non costituisce mai una necessità, nel senso che ho un atteggiamento di totale incertezza quando scrivo. L’italiano non è la mia lingua madre e dunque ogni parola, ogni frase resta lì, in sospeso. Poi ci sono le riletture e i vari passaggi che la cancellano o la rendono più solida, fino al convincimento della sua necessità. I testi, però, non si concludono, semmai si abbandonano e, riguardo il finale, uno prova a trovare una chiusa che possa giustificare tale abbandono.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
Non c’è mai stato qualcosa di perentorio, ma sì una forte volontà di raccontare, soprattutto di scrivere, a prescindere da quello che scrivevo. Per molti anni la scrittura è stata un’attività privata, una specie di soliloquio. Mi piaceva l’atto dello scrivere. Erano appunti sparsi, racconti, insulti, lettere non inviate, progetti di libri mai scritti, qualche brutta poesiola. Dopo i trentacinque anni circa ho iniziato a dare alla scrittura un senso più compiuto, prima in spagnolo e dopo in italiano. Ora, l’italiano, invade tutti i miei spazi linguistici, nel senso che quando una lingua avanza, l’altra retrocede.

 

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Dipende, per certi aspetti sì, può diventare un vincolo. Credo che ogni storia richieda la sua voce per essere raccontata. Questa, per me è la grande difficoltà, trovare una determinata voce per raccontare una storia. Mi piacciono gli autori che riescono a variare stilisticamente. Se prendiamo in mano i testi di Manuel Puig, per esempio, ci accorgiamo subito che stilisticamente sono diversi, eppure la sua voce la si riconosce: Il bacio della donna ragno è un libro fatto da dialoghi, Il tradimento di Rita Hayworth è un collage in cui si alternano monologhi interiori, Sangue di amor corrisposto è il racconto di un muratore che aveva lavorato a casa sua, a Río de Janeiro. Ogni libro è diverso e ho l’impressione che Puig volesse sempre evitare di ripetersi stilisticamente.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Nel capitolo, Per compiacere un’ombra, che si trova dentro a Fuga da Bisanzio, Iosif Brodskij dice una cosa molto saggia e allo stesso tempo scontata: “Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene. Essendo una minoranza, non ha altra scelta”. Non so se la letteratura possa incidere sulla società, ma credo che possa abituarci alla bellezza, sia della frase che alla bellezza delle storie, e questo, secondo me, è il gesto politico più incisivo. La letteratura sa condurci negli interstizi della società e riesce, dall’interno, a svelarci tante cose sul mondo che la nostra misera società di solito è propensa a nascondere. Lo so, non sto dicendo niente di nuovo, ma ricordare la frase di Brodskij, sull’obbligo del poeta verso la società, mi sembra importante.

 

 

 

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