Cinque domande, uno stile

Alessandro Robecchi

foto tratta dal blog dell’autore

Ospite della rubrica “Cinque domande, uno stile” è Alessandro Robecchi, scrittore, giornalista (Il manifesto, Il Fatto quotidiano) e autore televisivo (Fratelli di Crozza). Nel mondo letterario si è affermato come scrittore di storie noir caratterizzate da uno stile ironico e pungente che scandaglia gli anfratti del contemporaneo. Noto per la serie di romanzi con protagonista Carlo Monterossi, ambientati a Milano (dai quali è stata tratta una serie con protagonista Fabrizio Bentivoglio per Prime). Tra le sue opere si ricordano Questa non è una canzone d’amore (Sellerio, 2014) e Di rabbia e di vento (Sellerio, 2016). Da poco in libreria con Omicidi Srl (Sellerio) risponde alle nostre domande sullo stile e la scrittura.

 

1) Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Raramente c’è un’idea risolutiva, tutto si presenta come un vago nucleo indistinto su cui ragionare. Possiamo chiamare “idea” quel nucleo a cui si aggiungono dettagli, si aggiustano, si modellano. La sensazione è di avere in mano qualcosa, che stia succedendo qualcosa. La lenza si muove, il galleggiante affonda per qualche secondo, ma non si sa ancora se si è pescato qualcosa, praticamente l’unica cosa certa è che lì comincia il lavoro. La grande intuizione, l’Idea, viene dopo, quando si è certi di avere qualcosa di solido in mano. In generale la sensazione è di avere qualcosa di prezioso e si oscilla tra la curiosità e il timore di rovinare un’intuizione. Un’idea per un romanzo è solo un corridoio su cui si aprono decine di porte e bisogna scegliere da quali entrare.

2) La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Quando si arriva all’ultima parola si sa già che sarà l’ultima e la conclusione del racconto è già pensata, quindi “Evidente” e “necessaria” coincidono. Non si tratta tanto di una parola, ma della fine di un tragitto la cui mappa è stata pensata e tracciata per molto tempo, di una conclusione naturale. Poi naturalmente si può scegliere una parola e una frase oppure un’altra, ma la conclusione è nelle cose e dev’essere coerente con il percorso.

3) C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”

No, non ricordo, e forse non potrei, perché ho sempre scritto per mestiere. Direi che la consapevolezza vera arriva quando si distingue la differenza tra “scrivere” (come esercizio, sfogo, passatempo, sperimentazione) e “scrivere perché qualcuno legga”, che sono cose molto diverse. L’urgenza di scrivere dipende quasi sempre – o meglio dovrebbe dipendere – da quello che si vuole scrivere. La prima domanda che mi pongo quando comincio a scrivere non è quale personaggio o quale trama, ma “cosa voglio dire”? Poi si decide come scriverlo, in che forma, con quale ritmo, o stile, o densità. Ma senza la prima domanda è solo calligrafia.

4) Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Definire “stile” è già problematico. Si può imitare uno stile e imitarne un altro mezz’ora dopo. Parlerei più di marchio, o di timbro. Se io leggo una pagina di Chandler o di Gogol’, dico “questo è Chandler” o “questo è Gogol’” anche senza aver visto la copertina. La chitarra dei Pink Floyd, per dire, è quella: senti un pezzo e dici: questi sono i Pink Floyd. Spesso è una cosa lavorata, costruita, precisata nel tempo e sì, certo, può diventare un vincolo, c’è questo rischio, ma non è necessariamente una cosa negativa. Con la pratica, però, lo stile diventa una specie di dna, è il tuo modo di scrivere, lo crei (quasi mai da zero, ma dopo infiniti affinamenti) ed è molto complicato (e anche ingiusto) adattarlo.

5) In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Scrivere è sempre un gesto politico. Si scrive qualcosa perché qualcuno legga, quindi certo, è un gesto politico. Su come possa incidere nella società è difficile dire, ma certamente quando si scrive una storia ci si mette la propria visione del mondo, della società, della vita. Certi romanzi hanno cambiato la società più di quanto si creda, in vari modi, cambiandone il costume, il modo di vedere alcune cose, rompendo certi tabù, descrivendo mondi. È letteratura (da non confondere con il mercato editoriale) e sì, muove la società, non c’è dubbio.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Rumori» (2017, Bookabook), «Tremante» (2018, Castelvecchi), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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