Cinque domande, uno stile

Deborah Gambetta

“Cinque domande, uno stile” approda allo Strega 2025 grazie a Deborah Gambetta. L’autrice torinese debutta alla fine degli anni ’90 con Viaggio di maturità (1998, EL edizioni). Tra gli altri, ricordiamo Il silenzio che viene alla fine (2005, Einaudi stile libero) e L’argine (2016, Melville). Suoi racconti sono presenti in varie antologie.
Incompletezza. Una storia di Kurt Gödel, (2024 Ponte alle Grazie) è nella dozzina finale del premio letterario per il 2025.

[foto dalla pagina autore del premio Strega 2025]

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Curiosità, euforia, panico. Un’idea è ancora una suggestione, e devo ‘praticarla’, rigirarmela nella testa a lungo, sondarne le potenzialità. Entrare in intimità. A volte funziona, a volte no. Se persiste, resiste, se è traducibile in parole allora arriva il panico, e col panico la resistenza. Un territorio ignoto fa paura, ma è questa paura a confermarmi che quell’idea non è più solo tale.

 

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

So quasi sempre dove voglio arrivare, spesso conosco anche l’ultima scena, quello che non so è come arrivarci e quale parola chiuderà il tutto. Una volta scritta, però, mi pare evidente, e necessaria. L’unica possibile.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stessa “devo scrivere?”

Ho scritto il mio primo, orrendo romanzo a dodici anni; il secondo, sempre orrendo, a quindici. Ho continuato a scrivere, ma quell’imperativo così netto non l’ho mai avvertito. Forse ‘non posso che scrivere’ mi somiglia di più. Anche fallendo.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Lo stile dipende dalla storia, dalla prospettiva in cui ci si mette, non capisco in che senso possa diventare un vincolo.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Non penso che il compito della letteratura sia incidere sulla società, il suo compito è raccontare, raggiungere una qualche, anche piccola, verità. Svelare meccanismi nascosti dell’umano. Se gesto politico deve essere, quello arriva dopo, non prima.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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