1 romanzo in 10 righe

Finzioni di Borges

 

“Ogni stato mentale è irriducibile: il fatto stesso di nominarlo – id est, di classificarlo – implica una falsificazione.”

Finzioni di Jorge Luis Borges è uno dei libri più letterari del secolo scorso. Fucina di richiami, citazioni, imitazioni, fascinazioni e rifiuti. Un’opera che non si limita a raccontare storie ma si fa specchio (immagine tanto cara all’autore argentino!) della natura stessa del racconto, del tempo, dell’identità e della conoscenza, tutti elementi che mirandosi nel riflesso si moltiplicano all’infinito fino a convergere in un unico punto e svanire.

Non esiste esercizio intellettuale che non risulti alla fine inutile. Una dottrina filosofica è all’inizio una descrizione verosimile dell’universo; con il volgere degli anni diventa un semplice capitolo – se non un paragrafo o un nome – della storia della filosofia. In letteratura questa caducità finale è ancora più evidente.

I grandi libri sono profetici e Finzioni lo è. Nell’epoca degli archivi digitali, delle identità multiple, delle realtà costruite per mistificare, Borges ad occhi chiusi, nell’immagine potente del vecchio scrittore cieco che a tentoni avanza affidandosi al suo bastone, illumina con le sue storie che sono dentro e fuori dal tempo, anticipano e rimandano mettendo sullo stesso piano ricordo e previsione come passaggi di tempo.

Una volta morto, non mancheranno mani pietose che mi getteranno dalla ringhiera; la mia tomba sarà l’aria insondabile; il mio corpo sprofonderà a lungo e si corromperà e dissolverà nel vento prodotto dalla caduta, che è infinita.

Pubblicato nel 1944 si compone di due brevi raccolte: II giardino dai sentieri che si biforcano e Artifici.

Ormai si sa: per una riga ragionevole o una notizia giusta ci sono leghe di insensate cacofonie, di farragine verbale e di incoerenze.

Borges da questo libro in avanti, inizia nella costruzione fitta dei suoi caratteristici labirinti mentali, biblioteche infinite, testi apocrifi, enciclopedie immaginarie, mondi che nascono da un’idea e che da un’idea vengono dissolti. La trama – spesso ridotta all’osso, mai lineare, banale, talvolta superflua – è solo il pretesto per un’esplorazione metafisica che procede con la precisione di un trattato e la leggerezza di una parabola. L’immaginazione è la lente che deforma il reale per mostrarne le strutture più profonde.

Io so di una regione selvaggia dove i bibliotecari ripudiano l’abitudine superstiziosa e vana di cercare un senso nei libri e l’equiparano all’abitudine di cercarlo nei sogni o nelle caotiche linee della mano

Il movimento continuo che sottostà ai fenomeni di natura si esprime nitidamente tra le pagine dell’autore argentino in cui non c’è mai un centro di gravità, un punto stabile di riferimento. L’autore può essere un personaggio, il personaggio può essere un testo, il testo può essere una copia, e la copia, a sua volta, più vera dell’originale. Racconti come Tlön, Uqbar, Orbis Tertius o La biblioteca di Babele non descrivono mondi lontani, ma portano all’estremo tendenze già presenti: il desiderio di ordine totale, l’ossessione per il sapere, la vertigine dell’infinito. Borges, con largo anticipo, fa emergere le angosce e le fascinazioni della modernità avanzata, mostrando come l’eccesso di senso possa diventare indistinguibile dal caos.

Lo scrivere metodico mi distrae dalla condizione presente degli uomini.

Borges scrive racconti e non romanzi perché rifugge dai fronzoli e punta all’essenzialità. Proverbiali sono i suoi motti contro gli autori che hanno dissipato il loro talento in migliaia di pagine, ne salva pochi (Cervantes e il suo cavaliere, Le mille e una notte – che a ben vedere sono stratificazioni di racconti). Per lo scrittore argentino la letteratura è un atto di lucidità estrema, una disciplina dello sguardo che rifiuta il superfluo e si concentra sull’essenziale.

Secoli di secoli e solo nel presente succedono i fatti; innumerevoli uomini in aria, in terra e in mare, e tutto ciò che realmente avviene, avviene a me…

Finzioni non è per nulla, però, un esercizio intellettuale fine a se stesso. Dietro le costruzioni astratte, emerge una malinconia profonda, la consapevolezza dei limiti umani di fronte all’eternità, alla ripetizione, alla morte. L’idea che ogni gesto, ogni parola, possa essere già stata pronunciata da qualcun altro, in un altro tempo o in un altro mondo, conferisce a questi racconti una tonalità elegiaca, una dolcezza segreta.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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