1 romanzo in 10 righe

Destinazione errata di Starnone

 

 

In Destinazione errata Domenico Starnone, dopo Lacci, torna a esercitare il suo sguardo sulle zone d’ombra dei legami affettivi familiari con il medesimo cinismo del precedente romanzo del quale, però, non riesce a eguagliare la forza letteraria. Il punto di partenza è – o sarebbe – un errore quasi trascurabile che si annida nelle nostre multimediali quotidianità, un messaggio inviato al destinatario sbagliato. Un ti amo, visualizzato per errore sullo schermo della collega ma destinato alla moglie, dà avvio una lenta e irreversibile frattura interna che si esplicita nei rapporti personali. Cinque lettere, due parole che, come insignificante scalfire sul parabrezza, aprono progressivamente una crepa sulla vista del mondo. A incrinarsi è la vita ordinata di un uomo di trentotto anni che si pensava al riparo da sorprese: marito leale, padre presente, sceneggiatore inserito in un equilibrio familiare che appare solido e rassicurante.

Starnone costruisce attorno a questo incidente un romanzo breve in cui la distanza tra ciò che si intende e ciò che accade diventa strumento di indagine sull’insicurezza dell’individuo contemporaneo. L’errore iniziale non si dissolve in un malinteso, si aggrava: la risposta della collega, che dichiara di ricambiare quel sentimento da tempo, costringe il protagonista a rivedere il proprio autoritratto, l’immagine di sé che ha concorso a costruire negli anni.

Non si assiste però a un tradimento clamoroso. Inizia un iniziale comico e poi via via grottesco smarrimento profondo, una perdita di orientamento che rivela quanto fragili siano le certezze su cui si fonda un’esistenza considerata normale, persino felice.

Da qualche fondo buio mi sta tornando un bisogno infantile di violazione. Voglio andare in pezzi, questo mondo sordo e cieco deve andare in pezzi, è troppo bugiardo.

L’ironia attraversa il libro e serve a mettere a fuoco i punti più dolorosi della vicenda. Starnone mostra come la vita di coppia e la routine familiare non siano mai davvero immuni dall’imprevisto. Emerge un ritratto di borghesia intellettuale, fatto di autocontrollo, riflessioni incessanti, desideri che non nascono da una passione travolgente, ma dalla semplice, inquietante possibilità di un’alternativa. Emerge l’abilità nel sapersi costruire maschere e interpretazioni utili e necessarie al palco della vita che ci cuciamo addosso. Abitiamo livelli, in questo caso alto borghesi, che necessitano di parole, gesti, interpretazioni confortanti affinché gli altri attori finiscano per accettarci e così noi stessi ben calati in quel ruolo. L’inciampo squarcia ogni cosa e spesso ci lascia nudi, senza appigli né riferimenti che hanno mantenuto negli anni in piedi i fantocci che siamo.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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