Lettera per Agatino il guaritore di D. Colonna
Gentile signor Città, ho letto il suo romanzo e – cosa che accade di rado – ho scritto alcune righe; ne faccia ciò che ritiene opportuno.
D. Colonna
Nel piccolo borgo siciliano di Boschetto, sospeso tra ruderi e vento, dove il tempo sembra affaticarsi tra le crepe delle case e le superstizioni si mescolano al profumo acre della terra, si muove Agatino: guaritore, truffatore, taumaturgo, figura ambigua che attraversa le esistenze degli altri come un’ombra carica di promesse. Massimiliano Città, con Agatino il guaritore (Il Ramo e la Foglia edizioni), firma un romanzo corale e sfumato, capace di restituire al lettore quella sensazione di verità che solo la letteratura sa concedere: una verità fatta di punti di vista, di omissioni, di misteri che restano tali.
Il cuore narrativo non è un protagonista da romanzo classico, ma un catalizzatore. Agatino non viene descritto mai direttamente; emerge dai racconti, dalle paure e dalle speranze degli altri. Voce riportata, corpo intuito, figura evocata dalla comunità. Città adotta una struttura frammentaria e avvolgente, dove i capitoli sono squarci, confessioni, ricordi. La scrittura è elegante, consapevole, levigata come pietra antica: evita la retorica della denuncia e il sentimentalismo facile, scegliendo invece la via della sospensione e dell’allusione. L’effetto è quello di una fiaba adulta, scura e tenera, in cui ogni personaggio dice qualcosa di sé parlando degli altri.
Attorno al guaritore dalla psicologia sfuggente si addensano le piccole tragedie del paese: una madre disperata, un contadino indebitato, un politico in cerca di consenso, un giornalista vanaglorioso. Tutti vedono in Agatino ciò di cui hanno bisogno. Tutti, in qualche modo, si aggrappano alla sua figura come a un’ultima possibilità.
Agatino è davvero ciò che dice di essere? O forse è un uomo che ha fatto della finzione una forma di sopravvivenza, e della compassione uno strumento? L’autore, con finezza, non offre risposte nette. L’epigrafe di Niels Bohr — “Ci sono due tipi di verità: le banalità, dove gli opposti sono chiaramente assurdi; e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è pure una profonda verità” — diventa la chiave di lettura di tutto il romanzo. Agatino è santo e imbroglione, profeta e opportunista, innocente e colpevole. L’uomo che guarisce e quello che fugge. Soprattutto, è lo specchio dei desideri di chi lo guarda.
L’impianto narrativo richiama la struttura di certe narrazioni orali: si comincia parlando di uno e si finisce per raccontare molti. La comunità diventa il vero personaggio del libro, con la sua coralità di sussurri, giudizi, attese. In questo senso, Agatino il guaritore è anche un romanzo politico, nel senso più ampio e alto del termine: un’indagine sulla costruzione del consenso, sulla necessità di affidarsi a un’autorità, sulla ricerca disperata di senso nei vuoti che la società lascia. La dimensione locale non è mai folkloristica, ma profondamente simbolica. È in quel silenzio polveroso che la società sembra riflettersi, nei personaggi marginali che prendono voce per dire ciò che spesso resta sommerso: la speranza, il dolore, la fame di verità.
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
