1 romanzo in 10 righe

Il duca di Melchiorre

“Io non penso che tutto quanto ci accada debba essere per forza raro, speciale o prezioso. Molto spesso, o forse il piú delle volte, viviamo le cose di tutti. Voglio dire che le nostre esperienze, e soprattutto quelle che si svolgono dentro di noi, ci sembrano magari inedite, straordinarie, uniche. Invece non sono che tritume mille volte accaduto e mille volte raccontato.”

Il Duca di Matteo Melchiorre, pubblicato da Einaudi è un romanzo che intreccia e s’intreccia sul valico di montagna. In uno stile antico, fuori dal tempo (e per questo particolarmente affascinante), del tempo si nutre e nel tempo si placa, così come il suo protagonista.

Mi disse infatti che nelle case, al di là delle porte, stanno rinchiuse molte storie, delle quali si conoscono, se va bene, pochi brandelli appena; e diviene perciò impossibile capire pienamente il perché delle cose e delle persone. Secondo Nelso, a questo proposito, i paesani di una volta sapevano tacere, e nascondere i fatti propri. Si sapeva tutto e non si sapeva niente. Si parlava del prossimo, intuendone i silenzi e provando a collegarli, a interpretarli e a decifrarli, ma si taceva di sé. E si taceva, disse, non per indifferenza, ma per dignità e pietà verso se stessi.”

Vallorgàna è un luogo che non esiste, eppure c’è. Un ripiegarsi della terra su se stessa che nel corso dei millenni ha generato anime e ne ha assorbito la memoria. Osservatorio delle vite che scorrono lungo l’asse del tempo, come se quel tempo non fosse mai avanzato d’un passo, c’è la villa Cinamonte con l’ultimo templare a protezione della memoria: il Duca, che duca non è in quanto sarebbe conte, ma l’ironia, il rispetto e sopratutto la distanza dei montanari lo battezzano tale. L’ultimo dei Cimamonte, giovane erede di un lignaggio ormai svuotato, forte della memoria del casato che ancora impregna la valle riesce ad esercitare un’influenza sottile sulla comunità.

Del resto stavo sbagliando tutto quanto. Stavo lasciando che il mondo in cui vivevo mi abitasse. Stavo diventando il mondo che vivevo. Non ero più io che vivevo in quel mondo, ma quel mondo che viveva in me.”

Attorno alla sua figura – ma ancor più alla villa simbolo e limite dell’anacronistica cifra nobiliare – si addensano storie, voci, vissuti, misteri. La costruzione di Melchiorre, apparentemente semplice, ha nel contraltare del protagonista un altrettanto forte e radicato antagonista, non per il peso della memoria, ma per la forza delle proprie azioni, per l’uomo che è divenuto.

Le miserie non erano la povertà, ma come ci si sentiva per via della povertà, e cioè avviliti, mortificati; ed erano anche le cose che si finiva col fare per via della povertà, robe anche meschine, miserabili, scempie.”

Ad una superficiale lettura parrebbe la contrapposizione tra la storicità di un titolo, con tutto il peso del suo essere e la capacità di un uomo (Mario Fastreda, l’antagonista) di elevarsi allo status di nobile honoris causa, per meriti ottenuti sul campo grazie alla capacità di comprendere gli esseri umani e saperne manipolare l’indole, oltre ad un innato fiuto per gli affari. Ma il romanzo tesse la sottile mistificazione che sibila tra la valle e si insinua tra le pagine della vicenda fino al colpo di scena che livella, appaia e sovverte.

In questo incedere antico, che è cifra stilistica di Melchiorre, si viene a disegnare una storia che ha il passo dell’epica e del mito. La montagna è essenziale scenografia in cui tutto viene ridotto eliminando il superfluo. Nei dialoghi, nei caratteri, nelle voci, ogni passaggio è spoglio. Eppure ribolle, perché è il sangue che marchia il cammino. Non inteso come aspetto violento, pulp, ma come indole “sanguigna”. Il legame alla storia, personale e di famiglia, alla tradizione, alle radici, ai racconti che si tramandano di padre in figlio, insomma alla cultura di un luogo emerge prepotente. L’odio, l’orgoglio, il senso di appartenenza, persino il desiderio, si manifestano nella loro forma più nuda, come se la natura imponesse una grammatica elementare. Così il potere – filo conduttore – è impulso, energia che circola tra i corpi e i luoghi. E quel potere, per sua natura, ha bisogno del passato che non passa mai davvero nel deposito dell’oblio ma insiste, esiste, plasma e orienta il presente. Il conflitto sottinteso dal romanzo sta proprio qui. Se sia o meno possibile scartare, deviare dalla traiettoria tracciata dal passato o se inevitabilmente si rimanga avvinghiati a questa. A chi legger saprà la risposta.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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