1 romanzo in 10 righe

Del dirsi addio di Fois

 

Del dirsi addio di Marcello Fois (Einaudi, 2017) è una variazione sul noir che mescola le complicazioni della vita ai dubbi d’anima che ne caratterizzano il cammino.

Nel regno dell’aria questo è un principio assodato: troppa chiarezza, come troppa oscurità, confonde. La verità sussiste in una luminosità mediocre, non troppo buio che sottrae, non troppa luce che moltiplica.

L’evento scatenante è la scomparsa di un bambino di undici anni, Michele, svanito nel corso di una gita domenicale nei pressi di Bolzano da una famiglia segnata da crepe e menzogne. Attorno a questa assenza si aprono e chiudono le porte del racconto che interseca molti altri racconti. Fois, con la solita accattivante capacità narrativa, indaga l’esterno e l’interno dell’ambiente umano.

La città, con il suo paesaggio nevoso e il suo essere «fuori posto» rispetto al Mediterraneo dell’autore, non è soltanto sfondo ma diviene la parte narrante che rifrange sospetti, memorie e silenzi. Il mistero rimane fino a un certo punto perché Fois sembra interessato più a mostrare come una comunità si costruisca e si sgretoli di fronte al vuoto della menzogna che alla mera soluzione investigativa.

Al centro della scena c’è il commissario Sergio Striggio, figura complessa e insieme fragile. La sua investigazione sul caso si sovrappone all’indagine personale tra i ricordi d’infanzia, gli amori taciuti e repressi e una storia familiare che affiora a frammenti dal confronto con la figura ingombrante del padre. Striggio diventa il punto di convergenza delle molte voci e le altrettante contraddizioni della vicenda. È nella sua storia, nel dipanarsi delle sue scelte, più che nella sequenza degli indizi, che il lettore rimane in una dimensione sospesa. In attesa di un risvolto. La sua interiorità rende il romanzo un luogo di riflessione sul senso del dire addio non solo agli altri, ma a parti di sé che si vorrebbero perdonate o riscattate e alla memoria che ci portiamo addosso delle persone a cui abbiamo detto addio.

La scrittura di Fois costruisce personaggi ambigui moralmente. Nessuno è completamente innocente, ma nessuno può definirsi completamente colpevole. Il bene e il male coesistono su piani e occasioni differenti. L’uso del paesaggio, di una Bolzano cupa e fredda, in cui la neve mitiga e nasconde, contribuisce a fare del romanzo non un semplice giallo, ma una piccola tragedia civile in cui il dire addio si intreccia al tema della perdita e della memoria collettiva.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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