La storia di Elsa Morante
«… ogni frazione del tempo, in certi casi, si estende a enormità non più misurabili…»
«L’umanità, per propria natura, tende a darsi una spiegazione del mondo, nel quale è nata. E questa è la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l’infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia.»
La storia di Elsa Morante, edito da Einaudi nel 1974, è un romanzo epico e intimo al contempo. La narrazione attraversa il Novecento nella voce e nella dignità degli ultimi, donne e uomini che di rado emergono dalle cronache ufficiali.
Al centro della vicenda Ida Ramundo. Maestra elementare di origini ebraiche, donna fragile e ostinata, subisce i traumi della guerra e della persecuzione razziale insieme ai suoi figli, Nino e Useppe. Il primo, esuberante ragazzo di vita, prima infervorato dal fascismo poi finito dentro alla guerriglia partigiana, il secondo, Giuseppe detto Useppe, frutto di uno stupro raccoglie tutta la fragilità umana schiacciata dalla violenza della miseria.
«Era una specie di piccolo calice miracoloso che si riapriva ogni mattina in cima al suo stelo corporeo, pure se questo barcollava, malmenato dai venti australi o artici.»
E dal misero particolare allo sconforto generale Morante compone un intreccio di voci, dolori e sconfitte. La Seconda guerra mondiale ne segna il tratto. Il conflitto è coprotagonista e marca il solco tra i dispersi e i sopravvissuti, tra i sommersi e i salvati. La stupida e incontrollata violenza della guerra, l’abominevole abisso entro cui precipita l’uomo in ogni gesto, passo, parola e azione, si abbatte, inesorabile, sugli ultimi, su esseri spesso inermi che segnano i margini della grande storia con i lembi delle loro vite squarciate.
«Il silenzio, in realtà, era parlante! anzi, era fatto di voci, le quali da principio arrivarono piuttosto confuse, mescolandosi col tremolio dei colori e delle ombre, fino a che poi la doppia sensazione diventò una sola: e allora s’intese che quelle luci tremanti, pure loro, in realtà, erano tutte voci del silenzio […] Era proprio il silenzio, e non altro, che faceva tremare lo spazio, serpeggiando a radice più in fondo del centro infocato della terra, e montando in una tempesta enorme oltre il sereno. Il sereno restava sereno, anzi più abbagliante, e la tempesta era una moltitudine cantante una sola nota (o forse un solo accordo di tre note) uguale a un urlo!»
Morante non documenta, non redige una cruda cronaca dei fatti, ma si spinge oltre il sensazionalismo che una vicenda del genere potrebbe generare. La mole corposa della sua Storia – quasi settecento pagine – non scade mai nel banale e, quando sembra che la vicenda possa impantanarsi o stancare, ecco che splende nel tratteggio delle sue visioni poetiche, nell’andare oltre il freddo realismo, nello scovare un dolce e fragile rifugio, nell’eco dei pensieri di un bambino, nel canto degli uccelli, nel dialogo lieve e brillante di Bella e Useppe, nelle elucubrazioni disperate del giovane Davide Segre, che un tempo fu Carlo e poi il compagno Piotr, ma sempre e comunque alieno al contesto che lo circonda sebbene calato perfettamente nel ruolo di violento antagonista, più nel pensiero che nell’azione.
«Però dentro ci si distinguevano chi sa come, una per una, tutte le voci e le frasi e i discorsi, a migliaia, e a migliaia di migliaia: e le canzonette, e i belati, e il mare, e le sirene d’allarme, e gli spari, e le tossi, e i motori, e i convogli per Auschwitz, e i grilli, e le bombe dirompenti.»
Il romanzo, denso e visionario, oscilla continuamente tra la cronaca e l’incanto poetico, in un’alternanza che rende La storia un libro splendido e dolente. Le pagine si aprono spesso a registri lirici, quasi fiabeschi, quando a parlare è lo sguardo di Useppe, il bambino che incarna l’innocenza radicale. La fiaba, però, è subito infranta dalla devastante violenza che incessante strappa le pagine della storia: bombardamenti, fame, deportazioni, morti improvvise. In questa tensione tra purezza e brutalità il romanzo trova la sua potenza, e assolve alla speranza della letteratura: quella di tenere insieme l’orrore e la pietà, quella di segnare il passaggio dall’errore alla rinascita.
«Tutte le cose che ci sono, o di qua, o di là, mi danno dolore: tutto quello che io sono, tutto quello che gli altri sono… Io desidero di non essere più.»
«… il nuovo nome della terra l’hanno già trovato… Industria dello sterminio, questo è il vero nome odierno del sistema! E bisognerebbe mettercelo per insegna sui cancelli delle fabbriche… e sui portoni delle scuole, e delle chiese, e dei ministeri, e degli uffici, e sui grattacieli al neon… e sulle testate dei giornali… e sui frontispizi dei libri… anche dei testi COSIDDETTI rivoluzionari… Quieren carne de hombres!!»
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
