Le costituzioni della musica di Paolo Emilio Carapezza
Le costituzioni della musica di Paolo Emilio Carapezza, edito da Flaccovio, sta lì, sullo scaffale dei miei libri destinati alla musica (unica ripartizione per genere che accetto, tutti gli altri in ordine alfabetico). Accartocciato dagli anni, venuto a sapere della scomparsa del professore, dopo anni l’ho sfogliato. E, come accade per tutti i libri che abbiamo vissuto, sono stato risucchiato dal vortice temporale contenuto dalle pagine.
I ricordi non mi hanno restituito la cara e folta chioma di allora, ma in qualche modo hanno portato davanti ai miei occhi, vivide, alcune immagini di quegli anni al galoppo. Primi giorni del nuovo millennio in cui ho iniziato a scaricare parecchia zavorra, a correre più di quanto le gambe avrebbero potuto permettermi, a conoscere, a conoscermi, a disconoscere, a disconoscermi.
All’epoca, lo ricordo bene, il libro mi fu ostico, schiudeva mondi e prospettive distanti dal mio essere, ma tanto fu ostico quanto capace di insegnarmi a sgomberare la mente da ogni cosa prima di approcciarmi al nuovo. Un trattato destinato non solo agli studiosi, Le costituzioni della musica è una riflessione che si scorre come una partitura in cui ogni capitolo espone un tema che poi finisce per combinarsi ad altri, generandone di nuovi fino a comporre un insieme coerente e spiazzante (almeno per il me dell’epoca).
Carapezza, in questo libricino, unisce all’acutezza del musicologo la sensibilità del filosofo, non si limita a indagare la musica come arte dei suoni, ma la interpreta come un sistema che, nei secoli, ha costruito le proprie regole interne, vere e proprie costituzioni. L’uso di questo termine non è casuale: indica la convinzione che la musica, lungi dall’essere solo espressione estetica, sia un organismo dotato di principi ordinatori, di equilibri interni che si modificano, si frantumano e si ricompongono, proprio come avviene nella storia delle società. La polifonia medievale, l’armonia classica, la dodecafonia novecentesca non sono, in questa prospettiva, episodi isolati, ma trasformazioni di un medesimo corpo che, per sopravvivere, si reinventa.
Carapezza colloca la musica al centro della cultura europea, intrecciandola con filosofia, matematica, antropologia, linguistica. Mostra come le regole del contrappunto o le rivoluzioni armoniche non siano soltanto fatti tecnici, ma abbiano riverberi profondi sul modo stesso in cui una civiltà concepisce l’ordine, l’armonia, la libertà.
Mi rimangono le sottolineature in verde fluorescente, piccoli inciampi dello studente che sono stato, ma ancor più mi resta l’eco della voce del professore, lieve, leggera eppure così autorevole da spingermi sempre a fare un passo indietro, quando in realtà, nel suo animo, sapeva accogliere con gentilezza qualsiasi dubbio. Anche questo ho imparato, nel tempo.
Paolo Emilio è morto! Viva Paolo Emilio!
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
