Il libro di sabbia di Borges
Nel frattempo, è evidente che siamo costretti ad accettare il sogno, come abbiamo accettato l’universo e il fatto di essere stati generati e di guardare con gli occhi e di respirare [L’ALTRO]
Il libro di sabbia, pubblicato da Adelphi, è l’ultima raccolta di racconti scritta da Jorge Luis Borges. Pubblicata nel 1975, la raccolta è un libro sul tempo. Non il tempo lineare della cronologia, ma quello circolare, cifrato, in cui ogni istante può riflettere tutti gli altri. Borges, alla soglia della vecchiaia, non scrive un congedo, ma un’opera che raddoppia il mistero. Il gesto finale di un illusionista che, prima di sparire, mostra che il vero trucco non è l’illusione, ma l’aver creduto che ci fosse un trucco.
«Sembra tutto un sogno» dissi «ma io non sogno mai». [ULRICA]
Tra le pagine de Il libro di sabbia molti dei suoi totem: il doppio, il tempo, i libri infiniti, i sogni che generano il reale, le biblioteche come universi. Eppure non c’è ripetizione: ogni racconto è un nuovo tentativo di domare l’incommensurabile, un’apertura nella tela della realtà, da cui filtra una luce inquieta e accecante. È come se Borges, ormai invecchiato, ormai quasi cieco, avesse deciso di spogliarsi di ogni sovrastruttura e di scrivere come un uomo che dialoga con la propria ombra. La lingua è più scarna, quasi aforistica; l’invenzione più intima. Non c’è l’esuberanza erudita di Finzioni, né la costruzione vertiginosa di L’Aleph. C’è invece qualcosa di più rarefatto, affascinante: la consapevolezza che ogni verità è uno specchio che si incrina appena lo si fissa troppo a lungo.
Non soffro di solitudine; è già abbastanza faticoso sopportare se stessi e le proprie manie. [IL PARLAMENTO]
Il racconto che dà il titolo alla raccolta è una sorta di epitome dell’intera opera borgesiana. Un libro dalle pagine infinite, “che non ha principio né fine”, acquistato da un venditore sconosciuto e presto gettato via, come si farebbe con un oggetto contaminato dal divino. Ogni racconto è, a ben vedere, un libro di sabbia: ciascuna trama contiene al suo interno un seme di vertigine, un cortocircuito logico, una fenditura aperta sul vuoto. Il parlamento, L’altro, Ulrica, Lo specchio e la maschera, il delizioso Utopia di un uomo che è stanco, tra gli altri, tutte storie che giocano sul confine mobile tra identità e narrazione, tra ciò che accade e ciò che viene solo sognato.
Non falsificherò deliberatamente i fatti, ma sento che la pigrizia e l’inettitudine mi indurranno, più di una volta, in errore. [IL PARLAMENTO]
Colpisce, in particolare, la capacità di Borges di rendere eterno l’effimero. In Il disco, un oggetto invisibile diventa la prova che la divinità può passare tra noi senza lasciar traccia; in La notte dei doni, un sogno si trasforma in una trappola filosofica; ne La rosa di Paracelso – il mio preferito –, la fede viene messa alla prova nel gesto minimo di un miracolo che non accade. Borges, con la sobrietà di un asceta, ha rinunciato a ogni orpello per consegnarci un pensiero essenziale: la realtà non è altro che un linguaggio, ogni parola è un abisso.
Per vedere una cosa bisogna comprenderla [«THERE ARE MORE THINGS»]
Lo scrittore argentino non si prende mai troppo sul serio: sa che la verità, se esiste, è scritta con l’inchiostro dell’ambiguità. Sa che ogni sistema filosofico è una finzione ben riuscita e che anche Dio, se compare, è sempre sul punto di svanire. Per Borges, la letteratura non è evasione, ma indagine; non è conforto, ma mappa per orientarsi nel disordine del mondo.
Annotazioni sparse:
THERE ARE MORE THINGS
Se vedessimo davvero l’universo, forse lo capiremmo.
LA NOTTE DEI DONI
abbiamo già visto tutto in un mondo anteriore, per cui conoscere è riconoscere […] non c’è paese di provincia che non sia identico agli altri, anche nel fatto di credersi diverso […] ho raccontato la storia talmente tante volte che non so più se la ricordo davvero o se ricordo solo le parole con cui la racconto.
LO SPECCHIO E LA MASCHERA
davanti a lunghi discorsi altrui si stancava facilmente
UNDR
Si finisce sempre per assomigliare ai propri nemici.
UTOPIA DI UN UOMO CHE E’ STANCO
La stampa, ora abolita, è stata uno dei peggiori mali dell’uomo, perché tendeva a moltiplicare testi superflui fino alla vertigine […] Esse est percipi (essere è essere ritratto) era il principio, il mezzo e il fine del nostro singolare concetto del mondo […] Nel passato che è toccato a me, la gente era ingenua; credeva che una merce fosse buona perché così diceva e ripeteva il fabbricante […] Ormai non ci restano altro che citazioni. La lingua è un sistema di citazioni
AVELINO ARREDONDO
pensò di aver commesso un errore frammentando il tempo, che comunque ci trascina.
LA ROSA DI PARACELSO
Ogni passo che farai è la meta
TIGRI BLU
Gli anziani mi dettero il benvenuto ed ebbi con loro un primo colloquio, fatto di vaghe cortesie. Ho già parlato della povertà del luogo, ma so che ogni uomo dà per scontato che la sua patria racchiuda qualcosa di unico […] «Non so ancora qual è la tua elemosina, ma la mia è spaventosa. Ti restano i giorni e le notti, il senno, le abitudini, il mondo».
LA MEMORIA DI SHAKESPEARE
Nessuno può comprendere in un solo istante la pienezza del proprio passato.
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
