Uomo nel buio di Paul Auster
Uomo nel buio di Paul Auster somiglia a una lunga notte insonne attraversata dal peso della memoria. August Brill, critico letterario in pensione, giace nel suo letto incapace di dormire.
Quando non riesco a dormire faccio così. Resto disteso al buio e mi raccontò storie. Ormai ne avrò qualche decina.
Accanto a lui, la nipote Katya non riesce a superare la perdita del compagno ucciso in Iraq. In questo vuoto la mente di Brill comincia a generare un altro mondo, un universo parallelo in cui gli Stati Uniti, invece di attaccare Baghdad, precipitano in una sanguinosa guerra civile.
Il romanzo vive così su due piani che si specchiano l’uno nell’altro: da un lato la fragilità quotidiana di una famiglia ferita, dall’altro l’immaginazione febbrile che inventa un’America alternativa e cupa, un esperimento narrativo che diventa allo stesso tempo rifugio e condanna. Brill, come un novello Shahrazād, inventa per non soccombere all’angoscia della veglia; ma la sua invenzione non è mai evasione pura, piuttosto un modo per interrogare la Storia, un’indagine sul legame tra la dimensione privata e il destino collettivo.
Auster dà forma letteraria al flusso discontinuo del pensiero passando dall’intimità domestica al teatro grandioso della distopia politica. Scrive della perdita e il dolore mistificandoli con l’impostura di una narrazione orale. Le storie non sono sterili racconti, ma dispositivi vitali, strumenti per resistere al buio che ci avvolge.
Uomo nel buio non è forse il romanzo più sperimentale di Auster ma è uno dei più intensi (ci sono echi che poi verranno ripresi dall’ultimo suo gioiello che è Baumgartner).
La trama si avvita su se stessa, alternando confessioni e visioni, fino a restituire il ritratto di un uomo che, pur consapevole della propria fragilità, si aggrappa al potere della parola come all’ultimo appiglio possibile. È una veglia silenziosa, popolata da ombre e fantasmi di un uomo che, nel cuore della notte, cerca nel racconto non la salvezza, ma almeno una possibile tregua dal dolore.
Massimiliano Città
Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».
