1 romanzo in 10 righe

Il cimitero di Praga di Eco

 

La gente crede solo a quello che sa già

Il cimitero di Praga (o l’oscuro fascino del falso si potrebbe aggiungere) narra la vicenda di Simone Simonini, falsario e mistificatore, personaggio odioso che odia visceralmente. Simonini, dopo le macchinazioni italiche in quel di Torino, per salvare la pelle si sposta in Francia, all’epoca patria dei complotti e crogiolo dei machiavellici affari continentali. In punta di penna (in quanto abile falsario richiestissimo) attraversa l’Europa tra cospirazioni, intrighi e sotterfugi. Col fare sapiente e velenoso di fine amanuense, si costruisce quel mosaico di menzogne che porterà a uno dei più nefandi falsi della modernità, i Protocolli dei Savi di Sion. Eco non cela mai la ripugnanza del suo protagonista: lo mette in scena senza redimerlo, lasciando che il suo cinismo funga da lente di ingrandimento sulle miserie ideologiche e morali dell’Ottocento europeo.

Viene un momento in cui qualcosa si spezza dentro, e non si ha più né energia né volontà. Dicono che bisogna vivere, ma vivere è un problema che alla lunga conduce al suicidio.

La scrittura procede per livelli. La ricostruzione minuziosa e documentata di un secolo in cui il complotto e la paranoia diventano strumenti del potere sorprende perché proietta alla stringente attualità. La vicenda, ambientata nella seconda metà dell’800 rispecchia, con strumenti differenti, il momento storico presente e l’alterazione artificiale della verità che produce molteplici e confondenti realtà. Eco, come spesso gli accade, nella vertigine del gioco letterario mescola erudizione e finzione con il gusto ironico dell’intellettuale. Le pagine del romanzo sono popolate da figure reali e immaginarie; massoni, gesuiti, carbonari, spie e falsari, in un gioco narrativo che ha la densità di un saggio e la fluidità del feuilleton di Dumasiana memoria, in una riflessione meta-letteraria sul romanzo storico stesso e sui meccanismi della manipolazione narrativa.

Ma non vi è nulla di più inedito di ciò che è già stato pubblicato.

La luce di Borges si mescola alle ingarbugliate vicende che Eco mette su carta.

Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale.

Infatti, principalmente Il cimitero di Praga è un libro sul potere della menzogna, sulla costruzione della verità come atto politico di distorsione. Eco mostra come un testo apocrifo, un’invenzione nata dalla penna di un uomo senza scrupoli, possa radicarsi nell’immaginario collettivo e produrre conseguenze devastanti nel Novecento, sino a toccare le corde dell’antisemitismo e dell’orrore nazista. Il romanzo diventa così un ammonimento: la letteratura, i documenti, le parole non sono mai innocenti e ciò che si scrive può sopravvivere ai secoli, piegando le coscienze, alimentando l’odio e fomentando la superstizione.

È l’amore che è una situazione anomala. Per questo Cristo è stato ucciso: parlava contro natura. Non si ama qualcuno per tutta la vita, da questa speranza impossibile nascono adulterio, matricidio, tradimento dell’amico…

Invece si può odiare qualcuno per tutta la vita. Purché sia sempre là a rinfocolare il nostro odio. L’odio riscalda il cuore.

La complessità del libro alterna frammenti di diario, ricostruzioni storiche e inserti saggistici. In questa stratificazione, Eco rivela la sua ambizione: trasformare la finzione romanzesca in uno specchio deformante della realtà, un dispositivo capace di illuminare le zone d’ombra della Storia. Chi legge si trova costretto a dubitare, a sospendere il giudizio, a muoversi tra verità e menzogna con la stessa incertezza che domina i protagonisti in un romanzo che sconcerta e affascina.

Guardo la vita degli altri per passare il tempo.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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