Avanscoperta

Dio è morto di Leonardo Pelo

Viviamo un tempo in cui tutto pare possa essere riavvolto come una serie netflix lasciata a metà e da riprendere, quando la realtà cinica e carica del dolore di millenni bussa presso porte che nascondono vite difficili da immaginare, per questo è necessario raccontarle e portarle vivide agli occhi, anche se danno fastidio – come dice l’autore – al quotidiano ricercare password smarrite.

La rubrica “Avanscoperta” presenta un interessantissimo progetto editoriale di Leonardo Pelo per Re Nudo editore. L’autore ci presenta il suo libro “Dio è morto“, un report puntuale sulle condizioni disumanizzanti che si vivono nei campi profughi (corredato da un inserto fotografico di 24 pagine al costo di 12 € che sarà in vendita nelle librerie da ottobre. Da oggi a ottobre sarà possibile l’acquisto  on line presso l’editore – Tutti i ricavi dalla vendita del libro andranno all’associazione Support and Sustain Children.)


 

L’UNICA SPERANZA È RIMANERE UMANI

di Leonardo Pelo

 

Il mondo, così com’è, non è sopportabile, per questo ho bisogno della luna

[Caligola, Albert Camus]

Le donne fanno il secondo figlio perché non ricordano il dolore del primo parto.
La rimozione serve ad andare avanti. Forse è proprio la rimozione che ci permette di togliere lo sguardo dalle tragedie e respirare senza affanni. Sia per le nostre piccole (perdere la password del pc) e grandi (un lutto) sventure, sia per quelle del mondo in cui viviamo.
La guerra della Russia in Ucraina dopo 4 anni è diventata talmente un’abitudine da non fare più notizia. Del Sudan non abbiamo mai saputo nulla e scrollavamo velocemente il cellulare. A Gaza si è guardato il massacro di innocenti aumentare giorno dopo giorno, e poi abbiamo cambiato canale della TV.
Voltarsi dall’altra parte serve per continuare a vivere, vero, ma in compenso non aiuta a guarire le ferite. Non ti fa agire.
Per questo ogni tanto conoscere la realtà e riflettere senza scappare è necessario.
Necessario per capire quanto siamo fortunati.
Necessario per essere tolleranti verso chi fugge.
Necessario per provare a cambiare in meglio il mondo. O forse solo noi stessi.
Necessario per rimanere umani.
Questa realtà che non riesci a cancellare dalla testa io l’ho vista in un piccolo campo profughi in Turchia, a pochi chilometri dalla Siria. E il tentativo è stato raccontarla. Farla vivere anche a chi in un campo profughi non c’è mai stato.
Perché sapere e scegliere come comportarsi è ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Ho incontrato persone fuggite da Assad, dalla rivolta civile, dalla guerra combattuta per procura. Dalle bombe, dalla persecuzione, dalla povertà, dai terremoti. Dalla fame. E poi i bimbi e ragazzini nati lì, tra tende sporche: dal 2011, più di millecinquecento neonati hanno visto la luce in mezzo alla plastica e alla polvere.
Finché non ci cammini in mezzo, non capisci che la miseria non è solo mancanza: è una logica.
È un’economia. È un’etica rovesciata.
Io dopo qualche giorno prendo un aereo e torno a casa.
Loro no.
La loro casa resta quella tenda, sempre la stessa.
Un luogo dove l’acqua è poca. E quella potabile ancora meno. Noi non siamo abituati a non poterci lavare le mani quando vogliamo, o sciacquare la faccia, o fare una bella doccia rinfrescante. Noi no. Loro sì. È la norma.
Un pozzo ha garantito il minimo di dignità: una leva da spingere su e giù, come nei film western. Ogni litro va guadagnato. Prima, per bere, molti andavano a rubare acqua non potabile nei campi. Due bambini, di quattro e cinque anni, sono morti così: fulminati dai fili elettrici messi per impedire le intrusioni.
Morti di sete e per la sete.
E poi c’è il tempo, che qui corre diverso. L’età media nel campo è bassa (circa 32 anni). La scuola è una tenda. I bambini tra i cinque e i tredici anni sono circa duemilacinquecento. Quanti vanno a scuola con regolarità? In otto. In otto, su duemilacinquecento. Lo studio: il principale strumento di riscatto è un orpello, un’utopia. O meglio un lusso.
Il lavoro, quando arriva, è spesso schiavitù con un altro nome. Campi agricoli nei dintorni, dodici ore al giorno. Soldi dati ogni tre mesi, per obbligarti a restare. In certi casi la paga è una moneta che vale solo dentro il campo, spendibile in un container squallido che vende gli stessi prodotti che tu hai raccolto. Dal produttore al consumatore. La libertà costa. Qui costa troppo.
E i confini non si vedono ma esistono. Li puoi quasi toccare. Molti abitanti del campo di accoglienza sono senza documenti e dunque, per il mondo, senza identità. “Clandestino” è una parola che in Europa suona come “criminale”. Assurdo. Ma intanto ci rassicura: se è colpa loro, possiamo dormire sereni.
Lo Stato turco non dà quasi nulla. Molto arriva da associazioni e donatori. E intanto l’Europa firma assegni per comprare una distanza di sicurezza tra loro e noi: miliardi per “gestire” i profughi fuori dalla nostra vista. È un patto tacito: voi li tenete lì, noi non li vediamo. E si sa, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
La cosa che mi ha colpito più di tutto, non è stata la povertà materiale. È stata la povertà dei sogni. La loro assenza. Il modo in cui la speranza muore, come una luce che acceca troppo e devi spegnerla per vedere il domani.
Quando chiedi agli abitanti del campo “Cosa desideri?”, spesso la risposta è secca: “Nulla: mi va bene stare qui”. Mohamed, quindici anni, mi dice il desiderio più comune: “Rimanere qui e che nessuno mi mandi via”. Non chiede un futuro. Chiede di avere un presente.
Eppure, a tratti, qualcosa si muove. Alaa, che va a scuola grazie alla madre contro il volere del padre, desidera una bicicletta e imparare a leggere. Bilar, dodici anni, qui da quando ne aveva due, ha addosso il suo sogno: una maglia di Ronaldo, la sette. Fa “SIUU” e per un istante è solo un bambino. Poi la realtà rientra dalla porta e inghiotte tutto, come un buco nero le stelle.
Nel libro ho scelto di riportare fedelmente le loro parole, senza protezioni. Perché la distanza, oggi, è anche linguistica. Noi parliamo di “emergenza”, loro vivono la permanenza. Noi diciamo “aiuti”, loro dicono “se arriva”. Noi ci abituiamo. E chiamare le cose con il loro nome è già una forma di rispetto.
Ho capito la crudeltà di scegliere. Che aiutare significa decidere, escludere, sporcarsi le mani. Che le zone grigie non sono un dettaglio: sono il terreno dove la realtà si regge. Che non esistono santi, esistono persone pragmatiche che provano a ridurre i danni.
Mi sono portato via anche un senso nuovo del privilegio. Non quello gridato sui social, ma quello che ti si incolla addosso quando vedi una madre partorire in tenda, spesso a sedici anni, magari da sola, perché l’ospedale costa. Quando vedi neonati di poche settimane tenuti in braccio da bambini di pochi anni. Quando capisci che “il cesareo” non è una scelta medica, ma una frase che può voler dire: meglio morire.
E poi, soprattutto, mi sono portato il desiderio di smettere di “donare” (dall’alto al basso) e iniziare a essere solidale (aiutare un altro, tuo pari). Non come gesto eroico. Come manutenzione del mondo. Un modo minimo per spostare un confine: far arrivare latte in polvere, un farmaco, una visita, un giorno di scuola.
Non cambiare tutto. Migliorare la vita di qualcuno. Non bisogna offrire consolazione, ma presenza.
Restare. Non per commuoverci un’ora e poi tornare alla nostra rimozione ordinata, ma per ricordarci che la dignità non è un lusso naturale: è un lavoro collettivo.
La rimozione ha una funzione. Ma l’abuso si chiama schizofrenia. E la nostra società, temo, schizofrenica lo sta diventando.

Questo articolo, in forma leggermente diversa, è comparso sulla Rivista Re Nudo (maggio 2026).

Il libro verrà presentato in anteprima da Raul Montanari a Milano, durante il festival RE NUDO, alla Fabbrica del Vapore Domenica 15 giugno ore 15,00.

 

Nel libro si parla di tutte le fasi della vita (nascita, infanzia, adolescenza, età adulta, vecchiaia, malattia e morte), Anonimo ha scelto di raccontare l’infanzia.

 

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Rumori» (2017, Bookabook), «Tremante» (2018, Castelvecchi), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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