1 romanzo in 10 righe

Mia nonna e il Conte di Trevi

 

 

quando noi ci illudiamo di raccontare cose realmente accadute, raccontiamo pur sempre dei sogni – sogni di ubriachi intrisi di oblio e menzogna.

Mia nonna e il Conte di Emanuele Trevi – Edito da Solferino – è il racconto intimo di una memoria delicata. Come scrive l’autore, il ricordo è così offuscato dal tempo che necessariamente interviene la narrazione a rattopparne i buchi.

Non c’è mai stato un sistema infallibile per separare la memoria dall’immaginazione – tanto che spesso la nostra vita mi sembra un miscuglio irreparabile di cose che crediamo di ricordare e di cose che crediamo di aver dimenticato.

Realtà e finzione, dunque, si mescolano in questo libro delizioso.

deprecava volentieri un’eccessiva mobilità, convinta che quell’andarsene in giro senza pace, anziché essere dotato delle sue infinite ragioni pratiche o igieniche, fosse da attribuire alla fragilità dei nervi, alla futilità e all’inconseguenza dei pensieri.

Idealmente seduti all’ombra di una magnolia, in un pomeriggio d’autunno, si può scorgere il mondo ridursi per il tempo della lettura – infinito o istantaneo che sia – al respiro di due anziani, al profumo della terra del sud, alla luce del tramonto nelle ore che sfumano in una noia del chiacchiericcio che arricchisce e per nulla avverte la nostalgia di dispositivi elettronici riempi vuoti.

nella vita non c’è nulla di astratto e indipendente, tutto si impasta, tiri un filo e questo a sua volta si porta dietro un’infinità di residui, connessioni, incongruenze, ed è proprio perché ognuno è smarrito nel suo particolare disordine che nessuno può vivere la vita di un altro.

Il libro costituisce quel rinnovato tentativo di Trevi di scrivere oltre il romanzo ma tentativo vano, a detta sempre dell’autore, perché alla fine il romanzo ti risucchia e detta il passo. In poco più di cento pagine narra l’epifania di Peppinella, la nonna calabrese, e del Conte, gentiluomo ultraottantenne venuto da lontano a incrociare i passi dell’antica Dea a causa di un ginocchio malfermo che lo costringe ad attraversare il fiabesco giardino della casa patronale. L’uomo, amante delle storie dei Borboni, s’insinua lentamente nel rodato ritmo familiare delle comari fino a divenirne il fulcro, accettando anche di seguire le romanzesche vicende d’appendice della storia infinita di Beautiful, all’epoca della narrazione agli splendenti albori.

La verità è che ogni forma di conoscenza è una chimera, ma gli esseri umani, per resistere meglio agli oltraggi della vita, hanno bisogno di chimere non meno che dell’aria che respirano, e la loro dignità, la loro bellezza discendono interamente dall’inutilità e dal disinteresse dei loro desideri più intensi.

Peppinella è l’archetipo vivo della matriarca (nonnarca, dice Trevi) circondata dalla fascinosa aura dell’autorevolezza senza che si sforzi più di tanto d’essere tale. Una donna del popolo e allo stesso tempo creatura mitica disegnata dal nipote affascinato. Una dea antica che ha conservato fierezza, nonostante il tempo le abbia scolpito addosso la vita. Con Delia e Carmelina, ancelle inseparabili di una corte ridotta, governa il suo piccolo regno, il giardino e le sue abitudini.

Il Conte non aveva nemmeno la tv: ma non ne traeva minimamente un motivo di orgoglio o un pretesto per vantarsene – come ancora oggi fanno molti cretini convinti che non possedere una cosa li renda migliori degli altri.

Trevi, all’epoca dei fatti giovane studente in cerca di scritture, rifugiatosi tra la quiete e le pagine dei libri, è testimone del pudico amore che nasce tra due vite giunte quasi alla fine del cammino. L’affetto tardivo, privo di pretese, fiorisce nel silenzio dei gesti misurati. I due amanti – termine che potrebbe portare il lettore a erronee maliziose ricostruzioni – si legano nella consapevolezza di non chiedere nulla all’altro, di non pretendere né possedere, accolgono in un amore condiviso la saggezza maturata dagli anni.

Trevi, come sempre, ricama le sue pagine con una prosa che alterna eleganza e disincanto, visione poetica e realismo. Il giardino, la cibbia imponente e centrale, gli odori, le stanze, gli oggetti che si rompono e poi misteriosamente ricominciano a funzionare. Pagine in cui non c’è una mera descrizione, ma un modo di pensare il tempo. In qualche modo il richiamo ad una sorta di realismo magico – di Marqueziana memoria – m’è venuto alla mente durante la lettura e mi ha reso il libro particolarmente caro.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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