Poeticherie

A mio figlio


A mio figlio
direi di correre,
di bere e brindare,
odiare, perdersi
e se avrà tempo d’amare.

A mio figlio direi di correre,
scalzo sul fuoco del mondo
saltare gli ostacoli,
scansare i tentacoli di piovre latenti,
quegli esseri informi che sguazzano in paludi stagnanti.

A mio figlio direi di correre al vento
lasciando alle spalle qualsiasi rimpianto,
e correre a casa e per strada
e dovunque vada scrollarsi di dosso
ogni cosa che leghi il pensiero come il cane al suo osso.

A mio figlio direi di bere
non come si fa nel deserto,
ma arso di vita e assetato di tempo
che un minuto mancherà per fare un’ora di certo
e ore perderà lasciandosi andare in trincea allo scoperto.

A mio figlio direi di danzare tra i gatti rognosi
gonfi di botte e d’amor bisognosi,
tirar tardi la notte che il mattino è diverso
accogliere nel primo bagliore il nero che muore
e nel giorno non essere ancora uno specchio d’amore.

A mio figlio direi di brindare
al vecchio che muore
che di cose ne ha avute da fare,
al giovane amante ucciso dal bacio mancante
alla rosa e alla spina, donna e bambina dallo sguardo ammaliante.

A mio figlio direi di gridare,
gridare in silenzio al vento e al mare
che di navi crescendo ne vedrà passare,
scie da indicare e sirene sguscianti buone da inseguire,
in silenzio, nel vento e nel mare, prima che il giorno ritorni a dormire.

A mio figlio direi di odiare
il denaro e il veggente,
l’ipocrita che parla alla povera gente,
l’amore appagato nel gesto accennato,
il sogno nascosto per bene tra lacrime e pene e mai realizzato.
A mio figlio direi di odiare
per non lasciarsi scorrere lento,
né farsi trascinare a fondo
dal fiume affollato da molta prudenza
che scende leggero verso il lago stagnante dell’indifferenza.

A mio figlio direi di perdersi,
bruciare la terra per ricominciare
morire ogni giorno nel giorno che muore,
salpare e approdare per non più di due ore
che di porti e galee e spiagge e maree né avrà da incontrare.

A mio figlio direi di lasciarmi andare
di tenere lontani gli occhi che piangono tra le mie mani.
A mio figlio direi di cantare
e se infine avrà tempo gli direi d’amare.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Rumori» (2017, Bookabook), «Tremante» (2018, Castelvecchi), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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